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Food not Bombs Photos

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Qui trovate la presentazione delle seguenti foto:

Le migliori foto del movimento Food Not Bombs postate su Flickr da tutto il mondo!

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Food Not BombsFood Not Bombsoccupy vancouverOccupy Freedom Plaza -- 153IMG_0613Food Not Bombs Table
#OccupyLAOccupy Boston / 180Food not bombsEast Bay Food Not BombsEast Bay Food Not Bombsfood not bombs

* food not bombs, a group on Flickr.

Tutti in sella per andare a scuola: dall’Olanda ecco il Bici-bus

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bici-bus

Belli pronti, zaino in spalla, un’insana merendina ingurgitata in fretta e furia e poi, via, si parte per la corsa in auto con mamma o papà per raggiungere la scuola, tra traffico, clacson impazziti, smog e mamme isteriche. Non è certo il migliore dei modi per iniziare la giornata. E se, approfittando magari dell’arrivo della primavera, la mattina iniziasse con una bella e sana pedalata in tutta tranquillità e sicurezza? Ecco il Bici-bus, la soluzione ideata in Olanda per combattere l’inquinamento e pure l’obesità infantile.

Si tratta di un “autobus-bicicletta” progettato per trasportare ben 11 bambini, dai 4 ai 12 anni, che possono pedalare tutti insieme, guidati da un adulto al “volante”. Finora l’azienda produttrice, la Tolkamp Metaalspecials, ne ha venduti circa 25 in Olanda, Belgio e Germania e sembra che l’idea del Bici-bus stia prendendo sempre piede anche altrove. In un’intervista conFastCo.exist, il creatore del rivoluzionario mezzo di trasporto a impatto zero, Thomas Tolkamp, ha rivelato che gli ordini stanno iniziando ad arrivare da tutto il mondo: “abbiamo ricevuto l’interesse da parte della stampa di tutto il mondo e tutti hanno accolto la nostra idea in maniera positiva”, spiega Tolkamp. Anche perché gli autobus bici sono, in realtà, abbastanza abbordabile con i suoi 15,000$ ciascuno, poco più del costo di uno scuolabus “normale”. Con la differenza che per camminare non ha bisogno di benzina.

 

Ma la portata rivoluzionaria della creazione risiede principalmente nell’idea che i bambini stessi possono contribuire alla pedalata, avendo così la possibilità di imparare fin da piccoli l’importanza di una vita più sana e sostenibile. Tutto fantastico, anche perché, obietterà qualcuno, siamo in Olanda, madre patria dei ciclisti e Paese all’avanguardia nel sistema delle piste ciclabili. Eppure, anche in Italia, Paese ancora troppo nemico di chi sceglie le due ruote, i bambini possono sperimentare quanto sia facile e divertente andare in giro senza la macchina.

Ne è un esempio il piedibus, l’autobus “umano” che va a piedi, formato dai bimbi più due adulti, che da diversi punti della città raggiunge la scuola in gruppi formati da 15-20 partecipanti al massimo. Ciascuno gruppo è accompagnato da due adulti (genitori) volontari, un “autista” davanti ed un “controllore” che chiude la fila. E, in alcune città c’è già il BiciBus, anche se non è un autobus come quello olandese: si tratta di uno “scuolabus a due ruote”, che vede, insieme ai Vigili Urbani e dei volontari accompagnare a scuola i bimbi lungo un percorso prestabilito e usando la bicicletta.

Insomma, tante iniziative volte a incentivare la mobilità sostenibile lungo i percorsi casa – scuola, che offrono una duplice opportunità di crescita ai bimbi, sia dal punto di vista dell’acquisizione di una maggiore sicurezza nell’utilizzo degli spazi che li circondano, sia da quello del benefico apportato dall’attività motoria. Oltre al valido contributo per il decongestionamento del traffico e la diminuzione degli inquinanti atmosferici.

Roberta Ragni

fonte:http://www.greenme.it/muoversi/bici/7149-bici-bus-scuola

Il primo negozio dove non si paga

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Un negozio senza casse. Uno spazio in cui il denaro non vale nulla. Un luogo dove gli oggetti non hanno prezzo. E’ spuntato dal nulla lo scorso sabato a Bolzano, precisamente in Via Rovigo, 22/C e si chiama “Passamano”: é il primo “non-negozio” in Italia basato  unicamente sulla filosofia del recupero e del riutilizzo, dove le “cose” valgono tanto quanto servono.


Si entra, si sceglie e si va via senza pagare: é questa l’ultima frontiera dello shopping equo sostenibile, un progetto partorito da un gruppo di volontari che non ricevono compenso e chiedono solo una libera offerta facoltativa per coprire le spese fisse del negozio o di lasciare – se si vuole – qualcosa in cambio del proprio “acquisto”.

Ci sono cose che è più facile regalare che vendere – spiega Andrea Nesleruno dei volontari – quando un oggetto ha un valore affettivo è difficile stabilirne il prezzo di vendita, si rischia di svalutarlo, e allora è meglio regalarlo. Così, un ex sciatore è venuto e ci ha consegnato tutta la sua attrezzatura sportiva, perché ha un problema alla schiena e non può più scendere in pista. È venuto e ci ha raccontato la sua storia“. Non solo shopping, quindi, ma anche luogo di socializzazione: “Passamano” é, infatti, anche un info-point dove condividere idee e conoscenze sul consumo consapevole, il riciclaggio e il riutilizzo , ma anche la cucina vegana e vegetariana, l’animalismo, l’eco-architettura, il turismo responsabile ecc. I suoi locali ospitano anche una biblioteca, una sala riunioni per serate e incontri a tema e un laboratorio condiviso, dove si puó apprendere a creare oggetti di abbigliamento o di design con ció che non ci serve piú o offrire il proprio tempo libero per lavorare come volontario o mettere a disposizione degli altri le proprie abilità e conoscenze (lingua, artigianato, cucito ecc). “L’idea – spiega Gaia palmisano, una delle volontarie – nasce nell’ambito del movimento “Transition Town” fondato dall’inglese Rob Hopkins. L’obiettivo finale – aggiunge – é creare una dimensione partecipativa con metodi che lasciano spazio alla creatività individuale”. In parole povere: l’antitesi di un negozio!

Valentina Sanseverino

fonte: http://www.you-ng.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1311%3Ail-primo-negozio-dove-non-si-paga&Itemid=58

Domani a Roma!!!! # Salvaiciclisti

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Le foto di # Salvaciclisti e Reti Sociali:la pista la facciamo noi!!!

  http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/04/24/foto/_salvaiciclisti_e_reti_sociali_la_pista_la_facciamo_noi-33862877/1/

#salvaiciclisti, aspettando Roma

Il 28 aprile si avvicina.

Il 28 aprile si terrà la più grande manifestazione della storia a sostegno della ciclabilità.

Quel giorno ai Fori Imperiali a Roma la mobilità italiana sarà condannata a cambiare per sempre perché saremo in tanti a chiedere città a misura d’uomo, a chiedere la fine della guerra sulle nostre strade. Saremo in troppi per essere ignorati ancora una volta.

Le adesioni stanno arrivando da tutta Italia: i cicloviaggiatori non si stanno lasciando sfuggire l’occasione per mettersi in strada e farsi una pedalata lungo lo stivale. Vi capiterà  di incontrarli mentre passano per il vostro paesino. Non dimenticate di offrire loro un caffè e di farci quattro chiacchiere, ma state attenti: il loro entusiasmo è contagioso e in men che non si dica rischiate di ritrovarvi in sella alla vostra vecchia bici in mezzo al loro gruppetto, diretti verso la capitale.

Altri stanno organizzando comitive per raggiungere Roma in autobus o in treno.

Ci sono ancora dei posti autobus disponibili da Milano e da Torino: andata e ritorno, 51 euro. Per prenotare il vostro posto, mandate una mail a: bus_roma28aprile@yahoo.it

Anche la Puglia invierà una delegazione consistente, posti in autobus + trasporto bici A/R a 50 €. Le info le trovate a questo link. Enrico Melissano 3494565497

Essere il 28 aprile a Roma è un dovere morale per tutti coloro che si sono lamentati almeno una volta dell’insostenibilità delle nostre strade. È in gioco la vostra vita e il futuro del vostri figli.

Il momento per puntare i piedi e cambiare direzione è adesso. Non ci sarà una seconda possibilità. Il 28 aprile è sabato, a metà del ponte tra il 25 aprile e il 1 maggio: non avete più scuse per non esserci.

Vi aspettiamo.

Fonte:    http://www.salvaiciclisti.it/

Il Suolo Minacciato:dalla Food Valley un allarme contro il consumo di territorio (film)

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Fonte:    http://www.ilsuolominacciato.it/index.html

Il DVD

Negli ultimi anni nella pianura padana si sono perduti migliaia di ettari di suolo agricolo ad opera di una dilagante espansione urbana ed infrastrutturale. Nella sola Food Valley parmense, luogo di produzioni agroalimentari di eccellenza, lo sprwal urbano, con i suoi capannoni, le sue gru, le sue strade, il suo cemento consuma un ettaro di suolo agricolo al giorno. Partendo da questo caso emblematico e paradossale, il film Il suolo minacciato mostra senza veli quanto sta accadendo al territorio e al paesaggio evidenziando l’importanza di preservare una risorsa finita e non rinnovabile come il suolo agricolo. Per quanto ambientato nella pianura parmense, il film, attraverso il montaggio di interviste ad esperti ed agricoltori locali, affronta il problema nazionale del consumo di suolo e della dispersione urbana, analizzandone costi e cause per poi proporre modelli alternativi di sviluppo urbano sulla scorta delle esperienze di altri paesi europei, come la Germania e la Francia, o di piccoli Comuni italiani, come Cassinetta di Lugagnano (MI).

Mauro Corona: “Dobbiamo imparare a farci il cibo da soli”

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Intervista di Romina Vinci

«Con la crisi è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, nelle compere, negli acquisti, nel muovere la macchina», dice l’alpinista, scultore e scrittore Mauro Corona. «Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo, e non pretendere di andarlo a comprare».

Mauro Corona

C’è chi lo ha definito l’uomo che parla agli alberi, nei suoi romanzi e nei suoi racconti riproduce i suoni della natura, porta a galla l’umanità dei boschi e fa emergere un mondo dimenticato dotato di rara bellezza. Forse semplicemente un uomo alla ricerca del suo posto nel mondo, nel corso della sua carriera ha scritto diciotto libri, scalato vette italiane ed estere e realizzato sculture che danno forma ai “sì” e ai “no” della vita. Mauro Corona è originario di Erto, un piccolo paese nella Valle del Vajont. Ha ereditato dal padre la passione per le montagne, per le scalate, per la vita all’aria aperta. Dalla madre il dna della lettura e dal nonno la manualità dell’artigiano, il lavoro del legno e gli attrezzi del mestiere, ma non “l’arte di tacere”.

Nel suo libro La fine del mondo storto (Mondadori, 2010) ha auspicato un riavvicinamento alla terra e all’agricoltura, e ha vinto il premio Bancarella 2011. Lo scorso mese di novembre ha dato alle stampe Come sasso nella corrente (Mondadori, 2011) un libro «per non morire frainteso», una sorta di testamento che consegna ai suoi lettori, e nel quale ripercorre le angherie e le sofferenze di un’infanzia condotta ai margini. È una scrittura sofferta perché lede dentro, scava come uno scalpello l’anima per portare a galla i nodi rimasti irrisolti, un dolore incessante che non trova giovamento. Ne emerge un ritratto di un uomo solo, con una sete d’amore mai sazia. Non chiamatelo artista però, altrimenti succede questo.

Mauro Corona scrittore, scultore, alpinista. Crede che “artista” sia una parola in grado di definirla?
Assolutamente no: la parola artista è una convenzione. Siamo tutti artisti di noi stessi. Già l’atto di nascere e vivere è un arte, anzi, è un lavoro usurante. Non mi ritengo affatto un artista, semmai un buon artigiano. Non vedo differenza tra scrivere, scalare o scolpire: si tratta sempre di togliere. Togliere orpelli, togliere oggetti, togliere cose. Quando vado a scalare devo cercare di far meno movimenti possibili, altrimenti mi stanco e rischio di cadere. Quando scrivo devo cercare di usare poche parole, altrimenti realizzo opere prolisse, libri noiosi. E nella scultura devo togliere legno per vedere cosa salta fuori.

Ed allora chi è l’artista?
Forse Dio. Io non ci credo più ma per chi ha fede probabilmente è Lui un’artista, noi umani siamo tutti degli abili professionisti, dei virtuosi. Inorridisco quando in tv sento delle pseudo soubrette definirsi artiste. Bisogna dare il valore giusto a questa parola. Artista chi? Il pianto di fronte ad un bambino malato di leucemia, questo sì che è un gesto artistico, perché viene dall’anima. Il resto sono soltanto pagliacciate e convenzioni.

Nel 2009 nel corso di un’intervista ha dichiarato: «Ben venga la crisi, che Dio la benedica», citando anche un proverbio della tua Erto: “Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”. A due anni di distanza, conferma quelle parole?
Certo, perché l’uomo di sua scelta non è capace di tornare indietro. Ha bisogno di un’imposizione, oppure di una disgrazia. Noi siamo un popolo intelligente, ma anche pigro, e quindi se non c’è qualcuno che ti imponga di mettere il casco tu puoi spaccarti la testa beatamente. Ma io dico: serve una legge per dire metti il casco perché se cadi ti fracassi il cranio? In Italia serve. Ora, con questa crisi, è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, nelle compere, negli acquisti, nel muovere la macchina. Ed allora lo ripeto: ben venga la crisi che ri-umanizza l’uomo.

Qual è il modo per uscirne?
Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo, e non pretendere di andarlo a comprare. Dobbiamo smetterla di investire sulle industrie, ma tornare a fare i contadini. Perché se ti fai il mangiare diventi invincibile perché hai tutto: animali, riso, frumento, insalata, verdure, frutta. Ma io dico, cosa faceva Steve Jobs per vivere? Mangiava computer?

No, però ha scelto il logo della mela per il suo Mac
Lo so che è un’utopia ridicola, e può sembrare ridicola e patetica. Ma se viene la fame bisogna imparare a sostentarsi, perché i soldi non li mangi.

Come definiresti il modo di fare informazione in Italia?
Politicizzato, bieco e spietato. Non c’è più la lealtà tra gli uomini. Portiamo l’esempio di Luca Abbà, l’attivista No Tav folgorato su di un traliccio. Bisogna dare la notizia che un uomo è salito su un traliccio ed è rimasto fulminato precipitando giù, però c’è il giornalista che dà la colpa alla foga dei poliziotti che lo inseguivano per catturarlo, e il giornalista che ti scrive senza giri di parole che si è comportato come un cretino. Ecco l’informazione in Italia, sempre schierata. Io do una notizia ma la piego. È questa la blasfemia. Dov’è il giornalista pulito che fa l’informazione pulita? Non esiste. Perché l’uomo va educato alla lealtà prima che gli venga messo in mano un mestiere.

Perché è un mondo storto quello in cui viviamo?
L’uomo non è mai contento, e crede che la sua felicità sia nella ricerca del di più. La natura invece ha capito, è come una grande montagna, domina tutto il paesaggio e vede se stiamo percorrendo la strada sbagliata. Perché se io cammino su un pendio in cui ha appena nevicato rischio di venir travolto dalla valanga. La nostra umanità da sempre cammina su questi pendii pericolosi, ed ora la valanga è venuta giù. Il mondo storto è stato allontanarci dal contatto con la terra. Perché bisogna indossare una maglietta da mille e quattrocento euro, soltanto perché porta la griffe di Dolce e Gabbana? Perché per guardare l’ora serve un Rolex da 60mila euro? Noi cerchiamo l’inutile. L’uomo non sarà mai felice perché vuole sempre quel che non ha, è tutta qui la chiave. Bisogna tornare all’essenziale. Mangiare poco, un pasto al giorno, ed investire nel tempo libero: la gente non ha più tempo per stare un’ora con i figli, ma è questo qui il mondo?

Dice che i soldi non sono importanti, che bisogna tornare alla natura e all’orto. Ma allora perché scrive per la maggiore case editrice italiana e perché vive di scrittura? È come se parlassi male di un mondo che – volente o nolente – l’ha in ogni caso contaminata.
Avevo bisogno di soldi, ho sempre vissuto nella miseria. Ho allevato i miei figli nella povertà, per un anno ho dormito con mia moglie in un sacco a pelo. Ricordo che chiamavo il notaio, l’avvocato, il medico di turno, gli “amici”, esortandoli a comprare qualche mia scultura, perché ero alla disperata. Sculture per altro belle, non l’ho detto io ma i critici. Chiedevo 500mila lire, loro me ne davano 300mila perché sapevano che io non potevo rifiutare. E quindi lo dico senza vergogna, ho cercato il denaro, ma l’ho distribuito tra i miei figli e mia moglie, perché lei ha pagato un prezzo molto alto per avere un uomo come me al suo fianco, ha patito molte umiliazioni. Son riuscito a far studiare quattro figli all’università, a comprare una casetta, ma non ho un centesimo a mio carico. Non si dovrebbero dire queste cose, ma faccio molte donazioni di denaro ad amici e ai poveri. Per quanto riguarda la Mondadori beh, ho sempre dichiarato di non esser un sostenitore di Berlusconi, mai l’ho votato e mai lo voterò però la sua casa editrice dal lato professionale è la migliore. È un’azienda eccellente e – a differenza di molte altre – paga i suoi autori. Ed allora non sono uno che sputa nel piatto in cui mangia, e non condivido la scelta di esimi autori che adesso sono andati via dalla Mondadori. Io lo sapevo già quindici anni fa chi fosse il proprietario della casa editrice, è inutile che scappi via oggi che il vento è cambiato, basta con questa demagogia fine a se stessa.

Da uomo solitario a uno degli scrittori più apprezzati d’Italia: come si compie questo passo?
Ho cercato la gloria per uscire dal pantano della vita. Ho scritto libri per non morire frainteso e per salvare una memoria che annienta soprattutto gli ultimi, cancellandoli dalla faccia del mondo. Che questo mi abbia portato una certa fama non mi dispiace, ma come diceva Gabriel Garcia Marquez “la notorietà una cosa buona per uno scrittore, ma va tenuta a bada”. Ed io sono stanco di tutto questo perché mi ha tolto gran parte della mia vita antica, a contatto con le montagne e con la terra. È lì che voglio tornare, sparendo da questa popolarità.

Il tuo ultimo libro, Come sasso nella corrente, può essere letto come un testamento che concede ai tuoi lettori. Averlo scritto implica che è iniziata la sua parabola discendente, oppure ascendente, perché è un ritorno indietro a ciò che la fa stare bene?
Entrambe le cose. È discendente nel cammino della vita, perché ormai ho 62 anni, non mi sento vecchio ma devo iniziare a tirare i conti, e quindi il mio tempo, da qui in avanti, diventa preziosissimo. Ma allo stessa maniera è un cammino dolce perché è un ritorno alle origini. Borges narrava la leggenda di un uccello che volava all’indietro, non gli interessava sapere dove sarebbe andato a finire, ma ricordare da dove era partito. Io ho bisogno della mia naturalità.

Racconti di un’infanzia sofferta, di violenze fisiche e psicologiche da parte di due genitori che non sono stati modelli di vita. Li ha perdonati?
Ho fatto una vita infame, un’infanzia maledetta e disgregata con un padre violento, picchiatore e alcolizzato, e una madre che per sfuggire al suo uomo abbandona i suoi figli piccoli. Ormai sono entrambi morti, li ho perdonati, sì, però io non dimentico. Sto per dire una cosa orribile: lui è morto cinque anni fa, lei da pochi mesi, ebbene, nonostante io li amassi ed ho pianto per loro, devo dire che mi hanno fatto un piacere perché adesso, non vedendoli più, posso dire finalmente di aver chiuso una pagina, non sono più un figlio.

Il rancore brucia ancora dentro di lei.
Non hanno mai reso i conti, non hanno mai detto niente, mai una verità, un perché, nulla. Una carezza, un gesto d’affetto, un bicchiere: niente. Quando andavamo al bar ognuno pagava il proprio conto, io volevo offrire loro, e invece “No, non ho bisogno” hanno sempre risposto scrollando il capo. Questa crudezza non è obliabile. Non ho rancore ma non dimentico. Queste ombre tornano a cercarmi, perché un bambino non chiede altro che una carezza ed un pasto al giorno. Io non ho avuto né l’una e né l’altro. Sono andato a elemosina, nei paesi della valle a chiedere la carità, a otto, nove, dieci, undici anni. L’estate lavoravo nei cantieri, da giugno a settembre, gratis, soltanto vitto e alloggio. Io la gavetta l’ho fatta, checché se ne dica. Se mi è capitata un po’ di luce ringrazio qualcuno, ma nessuno mi ha mai regalato niente, non ho mai avuto né raccomandazioni, né nepotismi, né familismi.

Qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?
I rimpianti sono una dolcezza lontana, una tenera nostalgia. I rimorsi sono come le disgrazie, diventano tali solo quando sono accaduti e non hai più la possibilità di rimediare, di chiedere scusa o tendere la mano. I rimorsi sono cani che ti azzanno le caviglie e ti disossano. Io sono perseguitato dai rimorsi, ed è per questo che reputo la morte una liberazione. E non perché mi mancheranno le montagne, la lettura o le donne, son già in grado di farne a meno di queste cose, ma il riposo eterno mi libererà dai miei rimorsi e da questo naufragio in terra ferma.

In Come sasso nella corrente racconti di come un bambino possa passare il tempo ad incidere una bocca che sorride sugli oggetti che ha intorno. Quanto sono lontani i periodi in cui un mestolo e un cucchiaio erano le uniche cose che ridevano al suo fianco?
Oggi ho i miei figli che mi vogliono bene, ed anche un po’ di amici. Se faccio una resa dei conti però non è cambiato nulla, provo ancora dolore, e dentro di me sono ancora lì che incido la bocca che mi sorride. Non è un caso che un tema ricorrente delle mie sculture sia la maternità. Cerco di scolpire sul legno le cose che non ho avuto dando così loro la dignità di esistere alla luce del sole. Voglio tenere unita la famiglia almeno nelle sculture, ed invece vedo che tutto si sfaglia intorno a me. È passato tanto tempo, eppure io sto ancora cercando di far sorridere i cucchiai.

Qual è il male più grande del nostro tempo?
L’indifferenza, il cinismo, l’egoismo. Sono sempre stati presenti, ma prima lo erano in minor scala. Oggi invece c’è stato il crack, e la gente si arma e ruba quello che non ha prima di decidersi a coltivarlo. Se vogliano andare sul “tecnico” dobbiamo parlare di questi uomini politici che hanno soltanto l’importanza che si danno. Non fanno nulla per noi che invece li abbiamo delegati a renderci la vita migliore. La burocrazia è spaventosa, per fare un esame in ospedale bisogna aspettare anche due anni: è questo il fallimento più grande di una società che viene e verrà bastonata dalla crisi. Lo ripeto: torneremo ad usare le zappe, ma prima ci sarà la barbarie.

Ed invece la cosa più bella?
Il ritorno della natura, la quale c’è sempre stata, ma ogni tanto fa capolino per non farci dimenticare che noi abbiamo i piedi nella terra. La cosa più bella è che torna la neve anche a Roma. Perché non dovrebbe nevicare a Roma?

10 libri utili per prepararsi all’Earth Day

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libri earth day

Earth Day. Il 22 aprile, centinaia di manifestazioni in giro per il mondo saranno lì a ricordarci che la Terra ci ospita e, buona educazione vorrebbe che dimostrassimo un po’ di riconoscenza nei suoi confronti. La giornata è un invito alla mobilitazione: molti andranno ai concerti e alle manifestazioni in piazza.

Per chi volesse invece rimanere comodamente a casa o seduto sulla panchina di un parco e celebrare in ogni caso l’evento, suggeriamo una soluzione semplice. Leggere un libro. Abbiamo scelto di offrirvi una panoramica di opzioni: oscillanti tra passato e presente, tra teorie classiche e suggerimenti moderni. Sono punti di vista, che non ambiscono a esaurire il tema, ma che offrono una finestra da cui guardare il nostro bel Pianeta, l’unico che abbiamo.

1) Gaia di James Lovelock (ed. Bollati Boringhieri)

Gaia

Pubblicato per la prima volta nel 1979, è considerato una pietra miliare del movimento ecologista e un evergreen per chiunque voglia conoscere le origini del pensiero ambientalista. All’epoca passò quasi inosservato, ma nel tempo la posizione di Lovelock rispetto al catastrofismo post crisi petrolifera e all’ottimismo che anticipava i ruspanti anni Ottanta ha fatto breccia. L’ipotesi che nel libro viene sostenuta è oggi oltremodo assimilata, ma allora appariva quasi rivoluzionaria: la Terra è un unico organismo vivente capace di autoregolarsi e di rispondere a tutti quei fattori nuovi e avversi che ne turbano gli equilibri. Ciò significa che la materia vivente non rimane passiva di fronte a ciò che ne minaccia l’esistenza.

2) Piccolo è bello di Ernst Schumacher (ed. Arianna Editrice)

L’originalità di questo testo risalente agli inizi degli anni Settanta e recentemente ripubblicato è chiara fin dal sottotitolo “Studio di economia come se la gente contasse qualcosa“. Già allora, Schumacher aveva individuato i limiti del capitalismo, basato sull’abuso delle risorse naturali, su logiche astratte e distanti dall’utilità comune e ne rivelava l’antidoto: mettere in discussione i fondamenti della cultura occidentale basata sul sentimento di dominio della natura a favore di un approccio più valoriale fondato sull’economia locale e di piccola scala. E’ evidente che quella che quaranta anni fa era considerata un’analisi troppo alternativa per essere affidabile, oggi è realtà.

3) Fare la pace con la terra di Vandana Shiva (ed. Feltrinelli)

Fare la pace con la terra

E’ appena arrivato in edicola e si conferma uno splendido grido in difesa della terra. L’autrice  è ormai una testimonial della lotta per la difesa dell’ecosistema contro il saccheggio incondizionato delle risorse naturali da parte delle grandi multinazionali. In modo sempre civile e pacifico ha portato all’attenzione del mondo la condizione dei contadini indiani e con loro quella di tutte le popolazioni sfruttate e costrette alla povertà dai meccanismi delle corporation. Il titolo del libro deriva dalla consapevolezza che è in atto “una vera e propria guerra contro la Terra, che non è solo contro la Terra perché dipendiamo dalla terra: i contadini dipendono dai campi, i popoli tribali dipendono dalle foreste, tutti dipendiamo dall’acqua, ognuno di noi dipende dal cibo. La guerra contro la terra è diventata una guerra contro gli esseri umani ed è alla radice della fame e della sete nel mondo“.

4) Land Grabbing di Stefano Liberti (ed. Minimum Fax)

Land Grabbing

Un reportage sull’allarmante fenomeno dell‘accaparramento delle terre che vede alcuni Paesi come Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi e India mercanteggiare e acquistare terra, specie nel continente africano, per garantirsi un futuro approvvigionamento di cibo e materia, sfruttando la manovalanza senza badare alle esigenze dei territori. Il giornalista compie un viaggio tra le valli dell’Etiopia, le foreste dell’Amazzonia, la borsa di Chicago, le convention finanziarie a Ginevra e gli uffici della FAO per mettere insieme tutti (o quasi) i pezzi di un quadro alquanto complesso ma dentro il quale si sta giocando il futuro della nostra sopravvivenza.

5) La corsa della Green Economy di Antonio Cianciullo, Gianni Silvestrini (ed. EA Edizioni Ambiente)

Se c’è un lato positivo della Green Economy è possibile trovarlo qui. Questo libro, edito nel 2010, riunisce alcuni esempi di come sta cambiando la fisionomia economica e tecnologica del mondo grazie allo sfruttamento delle energie rinnovabili. Entro dieci anni, le fonti rinnovabili in Germania superanno il settore automobilistico. Negli Stati Uniti quasi la metà della potenza elettrica installata negli ultimi due anni viene dal vento. Si tratta di segnali che mettono in evidenza un decentramento del potere energetico e una maggiore convergenza tra le esigenze di rispetto dell’ambiente e le necessità di consumo.

6) Green Italy – perché ce la possiamo fare di Ermete Realacci (ed. Chiarelettere)

L’Italia è verde dove la green economy sposa le vocazioni nazionali, tiene insieme le tradizioni con l’elettronica e la meccanica di precisione; punta su qualità, ricerca e conoscenza per produrre un’economia più sostenibile e innovativa. E’ questa la tesi su cui si basa questo libro che guarda al futuro tenendo ben saldi i piedi nella terra e nelle radici della tradizione industriale del nostro Paese. L’autore è anche presidente di Symbola, fondazione per le qualità italiane e raccoglie storie ed esempi di alleanze tra imprese e comunità, tra ambiente e nuovi modi di vivere.

7) Guida alla spesa responsabile a cura di Collettivo FataLista (ed. Altreconomia)

Guida alla spesa responsabile

Come e dove fare una spesa “buona”? Sono tanti i posti, i suggerimenti, i consigli che si possono dare per riuscire a compiere gli acquisti quotidiani rispettando l’ambiente. Ma anche la nostra salute e quella dell’economia. Dai gruppi di acquisto , alle botteghe del km0, all’equo e solidale fino ai mercati dei contadini: sono innumerevoli le possibilità per mettere insieme una spesa a buon mercato senza rimanere insoddisfatti.

8) Ho piantato 500.000 alberi di Francesca Ossola ed Enrico Calvo (ed. Terre di Mezzo)

500mila alberi

Questo libro nasce da una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente e ha l’ambizione di raccontare i nostri profondi legami con le piante, la terra e il cibo. Valori da riscoprire attraverso piccoli gesti, che hanno il sapore dell’eternità. In fondo, a ognuno nella vita deve essere data la possibilità di piantare un albero. Non solo come atto simbolico, ma anche come risposta concreta alle sfide del futuro: dove vogliamo abitare? Come ci procureremo di che nutrirci? Possiamo davvero rinunciare alla bellezza della natura?

9) Rimedi casalinghi per il benessere di tutta la famiglia (Ed Junior)

Non è sempre necessario precipitarsi dal medico quando abbiamo la febbre, l’influenza o il mal di pancia. Il più delle volte si tratta di disturbi banali, che possono essere tranquillamente affrontati in casa, con semplici espedienti . D’ora in poi potrete dare soluzione a tutti i piccoli problemi del quotidiano consultando questo breve libro che contiene ben 1300 rimedi casalinghi per oltre 100 disturbi. Dai consigli della nonna ai suggerimenti più moderni, da tenere in caso e aprire quando serve.

10) Pedalo dunque sono – pensieri e filosofia su due ruote (ed. Ediciclo)

Non solo un libro che elogia i piaceri della biciclettama un vero e proprio trattato di ciclosofia che raccoglie i contributi di otto ciclisti-filosofi per dare ragione di una percezione che la bicicletta ha imposto nella sua lunga storia. Perché pedaliamo? E’ la domanda a cui tutti cercano in modi diversi di rispondere. Qui, la bici rappresenta un mezzo per leggere le piccole cose della quotidianità, ma anche per leggerci dentro, consentendoci di recuperare un tempo lento e naturale, più vicino ai ritmi della natura che non a quell’artificio.

Buona lettura, buon compleanno mamma Terra

Pamela Pelatelli

Fonte:     http://greenme.it/vivere/arte-e-cultura/7467-earth-day-2012-libri

Tav. Intervista a Mauro Corona: “No allo stupro della Val di Susa”

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“Un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti il petrolio, il carbone e l’energia elettrica. È pieno inverno, soffia un vento ghiacciato e i denti aguzzi del freddo mordono alle caviglie. Gli uomini si guardano l’un l’altro. E ora come faranno?” (da “La Fine del Mondo Storto”)

Mauro Corona risponde al telefono dalla sua casa tra i boschi e le vette del Friuli. Ha la voce roca, i modi sono affabili: in sottofondo si sente un cane abbaiare. Lo immagini circondato di libri, volti di legno che lui stesso scolpisce, attrezzatura per arrampicare: moschettoni, corde, ramponi. Lo immagini avvolto dalla folta barba, dai capelli lunghi: vedi le mani callose afferrare la cornetta, le gambe muscolose e i muscoli guizzanti di un uomo che a quasi 63 anni è ancora un vulcano: cammina nei boschi (“che mi abbracciano come la mamma che non ho avuto”, spiega), scala montagne, scolpisce, scrive.

Mauro Corona è uno dei migliori scrittori italiani, ma è soprattutto un personaggio genuino, figlio delle montagne che lo circondano, per le quali nutre il rispetto che un figlio deve ai genitori. Lo intervistiamo, appunto, per conoscere il suo pensiero sull’Alta Velocità e la lotta in Val di Susa, che uomini e donne come lui dall’altra parte delle alpi difendono come si difenderebbe la madre da uno stupro feroce e meschino. Mauro Corona è anche testimone del disastro del Vajont, di quell’ondata d’acqua che, come un colpo di falce, il 9 ottobre 1963, alle 22.45 cancellò per sempre duemila persone e un intero paese.

Signor Corona, dall’altra parte delle Alpi, a ovest dal luogo in cui vive, si accingono a costruire il Tav: qual è la sua idea rispetto a quest’opera? 

Noi non viviamo in democrazia, viviamo in democratura: è un misto tra democrazia e dittatura. Per questo io sto con gli abitanti della Val di Susa, non perché mi schiero con un colore politico o con l’altro, ma perché la ragione ce l’hanno loro che vivono quei luoghi, che sono da secoli in quella terra, che la amano, hanno sofferto, l’hanno costruita con il sangue e il sudore. Lì ci abita il cuore, non ci abita gente normale, non ci abitano corpi. E’ inaccettabile che qualcuno si arroghi il diritto di andare lì, come hanno fatto con il Vajont, e spazzare via la gente, spazzare via i boschi, secoli di cultura, tradizioni, storie.

Eppure il governo continua a dire che è un’opera necessaria, strategica, che il Tav porterà progresso, sviluppo…

Ma io non capisco perché fare una linea nuova, visto che ce n’è gia una che arriva in Francia e che è sottoutilizzata. E poi perché alta velocità? Ci siamo ormai superati, l’uomo è passato avanti a sé stesso. Il Tav è una vergogna e fanno bene a combattere quelli della Val di Susa, e che non mi si venga a dire che sono violenti.

Ma il governo dice che poche persone non possono bloccare un’opera utile a tutto il Paese…

La Montagna è di chi la vive, loro soltanto possono decidere cosa fare. Ma lo mettono in conto questi politici che quello è un luogo del cuore? Qui avevamo il Vajont: faceva girare mulini e segherie, era la nostra “miniera d’oro”. Sono venuti i politicanti dell’epoca, hanno messo un foglio di cemento sulla valle, hanno mandato via le persone e hanno causato duemila morti. Per questo io sto con la Val di Susa ed andrò lì a combattere.

Cosa è per lei la montagna?

Nient’altro che un luogo dove abitano persone, come il deserto, il mare, le pianure. La montagna è solo un luogo più ripido. E chi ci vive la ama perché si sente abbracciato da quelle rocce, da quei torrenti, dai boschi. Ma la montagna è soprattutto la memoria di chi è stato lì per secoli, di chi ha vissuto lì l’infanzia, è cresciuto, ha parlato coi vecchi. Ma è lo stesso nelle pianure o al mare. Ogni luogo è montagna, dipende solo dalle pendenze. Quelli che vi abitano sono i padroni assoluti. E chi va in Val di Susa e vuole stuprarla, perché è uno stupro quello che vogliono compiere, non si rende conto di fare un danno al cuore di quella gente, non al portafogli. Per questo non riusciranno a comprare gli abitanti della Valle.

Ieri il governo ha pubblicato le sue motivazioni tecniche e spiegato che non ci saranno danni ambientali. Insomma, ci hanno detto di nuovo che l’opera si farà e che le proteste, semplicemente, sono inutili.

Motivazioni tecniche? Ogni omicidio ha bisogno di un movente. E anche qui da noi è così: ci stanno rubando la ghiaia, e anche l’acqua: la vendono a peso d’oro, e questi paesi ormai sono diventati un luogo abitato più dai tir che dalle persone. Abbiamo costruito una società il cui unico obiettivo è fare denaro, a qualsiasi prezzo, anche al costo della vita stessa degli uomini e le donne.

Ci hanno spiegato che il Tav è un’opera strategica per lo sviluppo italiano. Qual è, invece, la sua idea di progresso?

Tornare all’agricoltura, al lavoro manuale. Ma vi rendete conto che abbiamo ceduto la terra alle macchine? E come è stata causata la crisi economica? Abbiamo puntato tutto sullo svilupo tecnologico. Io ho scritto un libro, letto da pochissime persone, si intitola “Ritorno alla Campagna”. Se vogliamo salvarci non dobbiamo pensare all’alta velocità: dobbiamo tornare a essere capaci di procurarci il cibo, senza violentare la terra, senza mettera in cima ai nostri propositi il profitto. Non sappiamo più usare le mani, abbiamo desideri inutili: il Suv, il navigatore satellitare… Ma mi spieghino questi “tifosi della crescita economica”, cosa serve per vivere, per stare in piedi?

Lei è friulano ed ha vissuto il 9 ottobre del 1963 l’immane tragedia dell’ondata del Vajont: duemila morti, interi paesi spazzati via. A proposito lei ha scritto: “Il Vajont non aveva fatto male a nessuno per milioni di anni”, intendendo chiaramente che quella, non a caso una grande opera paragonabile all’odierno Tav, fu un disastro causato dalla mano dell’uomo. 

Oggi dicono che abbiamo bisogno dell’alta velocità, in quell’occasione dissero che avevamo bisogno di energia. Pochi uomini fecero immensi profitti con la diga del Vajont ed ignorarono, così come fanno ora, i gridi d’allarme dei vecchi del posto, che conoscevano la montagne e sapevano, ad esempio, che vi erano frequenti frane (la diga straripò proprio a causa di una frana su un versante del Monte Toc, ndr). Ignorarono quei gridi d’allarme anche quando la giornalista Tina Merlin, a pochi giorni dal disastro, scrisse su L’Unità che migliaia di persone erano in pericolo di vita, e che andavano evacuate. Come faccio io a fidarmi degli uomini, se sono stati in grado di spazzare via paesi, uomini, tradizioni con un’ondata d’acqua e fango? Ed anche in Val di Susa, vogliono distruggere una civiltà. Il governo ignora le osservazioni di centinaia di studiosi, che hanno spiegato i rischi per la vita dei cittadini. E poi che bisogno c’è dell’alta velocità? Dobbiamo tornare all’essenziale: vivere è come scolpire, bisogna imparare a togliere per vedere l’opera nel suo splendore.

Quindi lei vede delle analogie, di metodo e non di merito, tra il progetto di alta velocità in Val di Susa e la diga del Vajont…

Altroché se le vedo. Vedo questo nichilismo imperante, il cinismo dell’economia: cambiano i luoghi, le persone, qui fecero una diga, lì l’alta velocità, ma è il nichilismo che impera su tutto. E’ l’uomo che non ha più progetti per il futuro, non c’è più una missione. Pensiamo a ingozzarci più che possiamo per quei pochi giorni che ci è concesso di vivere. Costruiamo grattacieli, tunnel di alta velocità e ci facciamo guerre meschine perché non sappiamo accontentarci. Dovremmo insegnare ai bambini che il denaro è una porcheria, che ne basta solo un minimo per vivere. Per questo i No Tav fanno bene a combattere in Val di Susa, perché è contro questo nichilismo che combattono. E io andrò in Val di Susa, e voglio essere preso a manganellate come loro, perché non è possibile che si dica solo “hanno ragione”: bisogna metterci il corpo ed è quello che farò.

La Val di Susa secondo lei ce la farà a vincere, a resistere?

C’è una valle, uomini e donne che vogliono viverci, allevare lì i loro figli. La valle abbraccia la sua gente, non può venire un politicante a spezzare questo abbraccio con le ruspe, per la sua eiaculazione nello spostare velocemente delle merci. La vera necessità sta nelle piccole valli, dove ci si può chiamare da una costa all’altra. E’ questo il vero senso dei No Tav, è per questo che si battono. E vinceranno, mi creda.

Articolo tratto da:     http://www.agoravox.it/Tav-Intervista-a-Mauro-Corona-No.html

Stevia: coltivare e produrre il proprio dolcificante naturale

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La Stevia rebaudiana è una pianta originaria del Paraguay e del Brasile, perenne della famiglia delle Compositae, ha proprietà dolcificanti molto forti, molto più forti di quelle dello zucchero eppure per anni è stata boicottata.

Fino agli anni ’50 nel nostro Paese però è stata molto coltivata in quanto poco costosa e di facile reperibilità, coltivazione e propagazione al contrario dello zucchero che in tempo di guerra non era alla portata di tutti.

Il suo iter di approvazione però è risultato molto lungo, addirittura per anni ci si è basati su uno studio risalente alla fine degli anni ’60 nella quale si affermava la sua tossicità dopo che ne vennero somministrati altissimi dosaggi alle cavie nei test effettuati: la causa principale di fallibilità dello stesso test fu’ la non comprensione dell’alto potere dolcificante della pianta in esame e quindi i dosaggi estremamente sovradimensionati non compatibili con l’uso.

Oggi però sono stati fatti ulteriori test, sia in Europa che negli USA, dove la stevia ha decisamente superato tutte le prove di tossicità a cui è stata sottoposta (considerando la dose di un consumo quotidiano che è di circa 10mg al gg é stata testata in dosi di gr).

Se non bastasse però la stevia è sempre stata presente in natura e per decine di anni consumata regolarmente dalle popolazioni del sud-America come pianta non solo dalle enormi proprietà dolcificanti ma anche addirittura curative.

Da dicembre 2011 è stata finalmente regolarizzata ed è stato permesso il suo uso, ma solo come “integratore alimentare”, mentre la sua vendita come zucchero non è stata riconosciuta.

Il suo principio attivo, lo steviolo, è adatto a chi è diabetico in quanto non influisce sui livelli di insulina.

Il principio attivo è presente in maniera significativa nelle foglie della pianta ed a oggi la stevia si può facilmente trovare nei vivai: si può usare fresca direttamente utilizzando le foglie in infusione nel tè oppure è possibile farne una tisana dal potere molto molto dolcificante.

Come dicevamo da dicembre 2011 la stevia è entrata a far parte della categoria integratore alimentare in quanto ritenuta energizzante ed utilizzata in campo sportivo ed erboristico: le foglie dopo essere state raccolte vengono essiccate e quindi polverizzate, con il suo principio attivo poi in commercio sono spuntati come funghi moltissimi dolcificanti alimentari che fino a qualche mese prima della legalizzazione della pianta si potevano trovare solo a base di aspartame, ciclamato o saccarina.

Per chi è diabetico infatti saccarina, aspartame e ciclamato, tutti dolcificanti di sintesi, erano le uniche alternative facilmente e legalmente reperibili in commercio, sebbene la stevia abbia sempre avuto una qualità in più che i dolcificanti sintetici non sono mai riusciti ad avere (a parte ovviamente non avere alcuna controindicazione se utilizzata in dosi normali) ha un gradevolissimo gusto al contrario, ad esempio della saccarina che ha un retrogusto amaro ma soprattutto regge perfettamente la cottura (cosa che per esempio l’ aspartame non fa’) ed in questo la stevia risulta perfetta per dolci o bevande.

La stevia quindi ha 0 calorie ed utilizzabile per fare dolci: accoppiata vincente per chi non vuole problemi di linea o di salute!

La coltivazione della pianta di stevia è davvero facilissima: la stevia cambia la sua attività di crescita a seconda del terreno nel quale vive, se è un terreno argilloso darà foglie più piccole e con meno potere dolcificante e crescerà in altezza, se invece è un terreno sciolto la pianta sarà più corposa, avrà foglie più grandi e con un maggiore potere dolcificante.

Inoltre la pianta di stevia ha un‘enorme potere di propagazione: togliendo un rametto e ponendolo subito nel terreno tenderà a radicare spontaneamente, questa sua enorme proprietà le ha valso il nome di pianta pioniera in quanto copre e colonizza facilmente qualunque area a lei contingente

Volete farvi da voi il vostro integratore dalle proprietà dolcificanti?


Facile, procuratevi una pianta di stevia, fatela crescere e tagliatela subito dopo la fioritura

Quindi fatela essiccare a testa in giù in un sacchetto di carta al buio e poi, una volta che è perfettamente secca, ponetela nel frullatore, otterrete così una magica polverina dal potere dolcificante di 10 volte di più di qualunque altro dolcificante o zucchero in commercio!

Scritto da Carmela Giambrone

fonti:

http://www.veggiechannel.com/

http://donnacanapa.altervista.org/

http://www.xmx.it/stevia.htm

http://erbaviola.com/

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