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IL CIBO NON E’ MERCE

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IL CIBO NON E’ MERCE
Noi del COLLETTIVO ORTI, in sintonia con una linea sensibile agli spazi verdi e all’autoproduzione di ortaggi, intendiamo affrontare il
tema del cibo (in particolare dei prodotti coltivati) in funzione del risparmio e della qualità. Potrebbe sembrare uno slogan da ipermercato, ma sia chiaro che il nostro messaggio è in direzione opposta: secondo noi il cibo non è merce, quindi non lo si produce cercando la massima resa per ettaro grazie all’uso di fertilizzanti e diserbanti chimici o sementi OGM che nuociono alla nostra salute.Le logiche di mercato impongono due tipologie di cibo: sano e costosissimo, oppure meno caro ma insano.
Anche quello al risparmio presenta comunque un rincaro dal produttore a noi consumatori anche
del 200%: una speculazione che è la causa del nostro pagare caro qualcosa di basilare come il cibo.
Il detto “siamo ciò che mangiamo” ci porterebbe distante nei ragionamenti, ma sta di fatto che se ci si nutre di prodotti contaminati quello che siamo si tradurrà in “aspettative di vita”!
E’ ormai risaputo che nutrirsi di prodotti
vegetali sani aiuti a prevenire molte patologie anche in relazione all’invecchiamento. Spesso però siamo costretti ad imbatterci nella quadratura dei conti di
fine mese di pensioni da fame e stipendi senza potere di acquisto (quando ci sono). Senza dubbio le uscite per il vitto
incidono pesantemente sul bilancio famigliare, principalmente per il fatto che sul cibo che il consumatore acquista oltre al prezzo di produzione del contadino
vi è un’aggiunta di costi causati dal trasporto, dal confezionamento e dalla distribuzione cosicchè il cibo che arriva sulle nostre tavole lo
paghiamo sempre maggiorato rispetto a quanto spenderemmo se fosse direttamente il contadino a venderlo.
Il primo approccio a questa questione si intendeva darlo organizzando dei GRUPPI di ACQUISTO POPOLARE. Questa formula si traduce, nel lato pratico,
in un’autorganizzazione per reperire i prodotti agricoli che siano il più possibile vicini alla fonte di produzione.
Questo per abbattere i costi di intermediazione e per cercare la tracciabilità dei prodotti con un
immediato ed indubbio guadagno di qualità unito al risparmio.L’iniziativa pensata autonomamente dal collettivo degli orti di via
Marzolo (attualmente blindati e inaccessibili causa blindatura da parte dell’università) e diffusa in altre parti della città, ha trovato una
sinergia di progetto con gli abitanti del quartiere Caduti della resistenza,che vivono gli stessi disagi.
Loro stanno anche impegnandosi per salvare dalla cementificazione, ai
fini della costruzione di un parcheggio, lo storico campo da calcio di via Dottesio. Si partirà perciò
con dei gruppi di acquisto comuni con punti di distribuzione distinti nei due storici quartieri Padovani.
Quello che ci interesserebbe è anche che l’iniziativa non diventi un mero scambio commerciale (dal momento che i promotori lo fanno a
livello di volontariato, coprendo solo le spese di trasporto) ma anzi un momento di conoscenza ed incontro fra i residenti del quartiere, per
stare in conpagnia e per sviluppare un’autogestione diffusa dei gruppi di acquisto attraverso il coinvolgimento di tutti .Nel corso della
distribuzione verranno raccolte delle firme per darepeso alla volontà di restituire al quartiere il parco Fusinato di Via Marzolo.

Collettivo degli orti di Via Marzolo

Kokopelli, la sentenza sulle sementi libere

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“Sementi libere!”, incompetenza o manipolazione?

Alcune riflessioni sulla sentenza Kokopelli pubblicata da Centro Internazionale Crocevia il giorno Mercoledì 19 settembre 2012 alle ore 17.00
Siamo da giorni bombardati da articoli e dichiarazioni di difensori dei “diritti dei contadini” sulle sementi. Inutile commentarli uno per uno poiché quasi tutti questi articoli, in maniera assolutamente superficiale, inesatta e a volte completamente falsificata, riprendono comunicati stampa senza andare nel dettaglio né delle direttive comunitarie in materia di sementi, né della sentenza della corte di giustizia (C-59/11 del 12/07/2012). Peggio, non tengono conto di quanto almeno dai lontani anni ’80 il movimento contadino per la difesa dell’agrobiodiversità sta facendo.

Ad esempio, scrive Italo Romano (www.ecplanet.com/node/3532 – 14 settembre 2012): “/Fin dal 1998 è in vigore una direttiva comunitaria che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere (Monsanto e altre multinazionali) vietandolo agli agricoltori”/. Suona forte e radicale ma è un’affermazione essenzialmente falsa. *La direttiva europea 98/95 non** riserva lo scambio delle sementi alle ditte sementiere, bensì* *regola la commercializzazione delle sole varietà “industriali”*, che sono coperte da un diritto di proprietà intellettuale ed iscritte al catalogo varietale. La direttiva autorizza invece a stabilire condizioni specifiche per varietà da conservazione o non inscritte al catalogo (così come fatto in seguito dalle leggi sementiere italiane) per la commercializzazione delle sementi e per la conservazione della biodiversità /in situ/, comprese le miscele di specie o le specie adattate all’agricoltura biologica. I contenuti della 98/95 sono stati meglio precisati a distanza di dieci anni da altre due direttive europee, *la 2008/62 e la 2009/145*, le quali pongono i *termini per la registrazione delle varietà di “*/*conservazione*/*”* (riservato a specie agricole, patate e verdure) *e di quelle */*”create per rispondere (a particolari) condizioni di coltivazione*/*”* (riservato per gli ortaggi). Queste direttive comunque non modificano il campo di applicazione della normativa comunitaria relativa alla natura e alla gestione del catalogo varietale. Pertanto *non esiste **nessun obbligo di iscrizione al catalogo* *per* *le varietà dette “*/*da conservazione*/*” e per l’uso di sementi ad esclusivo uso non commerciale*, come quelle utilizzate per la conservazione della biodiversità nei campi, le sementi contadine o per il giardinaggio (“agricoltura hobbistica” perché queste vengono subito messe a dimora nei campi o nei balconi).* Per esempio, il conta**dino può vendere i propri semi al commerciante di sementi oppure al suo vicino che le pianta nel proprio campo: *nel primo caso si tratta di un uso commerciale e la varietà dovrà essere iscritta nel catalogo, mentre nel secondo non c’è alcun tipo di obbligo a cui sottostare. Vale la pena di ripeterlo, *l’attuale quadro giuridico comunitario *(una riforma è prevista nel prossimo anno) *si **applica alla produzione di sementi per la commercializzazione* e detta norme relative alla circolazione “/per lo sfruttamento commercial/e” delle sementi stesse. Queste due direttive, per la loro natura fluide, hanno consentito a quanti da 20 anni seminano e riseminano nei loro campi varietà non commerciali che regolarmente scambiano con altri agricoltori di rimettere in coltivazione per migliaia di ettari le vecchie varietà. I contadini stessi hanno avviato una *gestione dinamica dell’agrobiodiversità*, grazie a sistemi di grandi dimensioni anche settoriali basati sulle *reti di sementi contadine*, come il caso delle varietà di grano tradizionali non iscritte a nessun catalogo (www.semencespaysannes.org ). Hanno rimesso in moto la *capacità di creazione varietale* *da parte degli agricoltori stessi*, nei campi e non nei laboratori, anche in collaborazione con ricercatori attenti ai processi di erosione genetica, propria della creazione varietale dell’industria sementiera. Una parte molto importante della produzione bio si sostiene proprio grazie alle sementi contadine. Questo processo collettivo ha prodotto un rinnovamento ed un* forte allargamento delle conoscenze contadine nella gestione delle sementi in azienda, aumentandone la “sovranità” e l’autonomia rispetto all’industria sementiera,* e, più in generale, rispetto al modello agricolo dominante. La credibilità dei risultati ottenuti si è rafforzata anche da un punto di vista scientifico (cfr. Tesi di dottorato sul processo di creazione varietale partecipativo del Dott. Calogero di Gloria, 2011) e ciò ha permesso un’efficace strategia legale a* *difesa delle sementi contadine nei campi. Certo quelle direttive hanno elementi non condivisibili e *spesso la normativa nazionale è molto diversa da paese a paese, a seconda del peso politico dell’industria sementiera*. La legislazione francese, ad esempio, ha continuato ad applicare in modo riduttivo o a eludere totalmente le normative comunitarie sui semi, tentando di imporre l’iscrizione obbligatoria delle varietà contadine nel catalogo delle varietà industriali; la posizione del governo francese è stata abbondantemente utilizzata per attaccare *Kokopelli*, un’associazione che da anni* *commercia sementi di varietà tradizionali provenienti da tutto il mondo. Veniamo a cosa c’è scritto nella famosa *sentenza della corte di giustizia dell’Unione europea del 12 Luglio *2012. *Secondo **Guy Kastler*, uno dei fondatori della *Réseau Semences Paysannes*, la rete sementi contadine francese, leader della* Confédération Paysanne* e de* La Via Campesina* e partecipante ai lavori dei comitati tecnici europei: “/Nella sua sentenza, *la Corte di giustizia non si è impegnata nel merito*, ma semplicemente ha risposto ricordando la forma: – la legislazione europea vigente è coerente con le priorità che le sono state assegnate;/ / – si è aperto nel 2008 un nuovo quadro di riferimento per tener conto delle nuove esigenze della società (varietà da conservare) e ha già previsto che questo nuovo quadro sarà presto adattato sulla base di una valutazione della sua attuazione […] Per quanto riguarda l’accusa contro Kokopelli, questa sentenza […] non offre nessuna spiegazione sull’interpretazione della legislazione vigente in Francia (le attività di commercializzazione ricadono sotto la disciplina del catalogo varietà amatoriali o sotto quelle delle varietà industriali?)”. /Per quello che riguarda la questione dei regolamenti comunitari in vigore, /”…//*questa sentenza non cambia niente, non fa che richiamarne i contenuti e *//*non si esprime in nessun modo sui limiti del loro campo d’applicazione.*/*”* Per questo *dobbiamo avere un’idea chiara di chi sta seminando l**a confusione* attraverso azioni di comunicazione che — senza andare nei contenuti effettivi delle decisioni prese e delle questione proprie alle sementi contadine — si allinea sulle parole d’ordine dell’industria sementiere che, dietro lo slogan delle “sementi libere”, vuole ridimensionare i “diritti degli agricoltori” sulle sementi. *Le sementi non appartengono all’umanità, né alle industrie, ma agli agricoltori*, quindi non possono circolare liberamente senza che questi abbiano prima ottenuto la necessaria protezione dei diritti — tutti di natura collettiva — che detengono su queste “risorse”. E’ impensabile che si possa difendere e sostenere la gestione dinamica dell’agrobiodiversità o più semplicemente proteggere le varietà tradizionali senza un *quadro normativo, che deve essere definito prima di tutto dai contadini che producono ed utilizzano le sementi*. Tale quadro deve proteggere esplicitamente diritti come quello di scambiare o vendere sementi “per un loro uso non commerciale” ad altri contadini. *Solo così potremo avere una produzione di prodotti di qualità o biologici che non siano di nicchia* ma rivolti ad un consumo popolare ampio. Noi immaginiamo milioni di ettari di terra seminati di varietà tradizionali o create dai contadini stessi. La beffa peggiore delle campagne di comunicazione in corso per le “sementi libere” è che i commercianti di semi pretendono di avere le mani libere in nome dei diritti degli agricoltori e, alla fine, si rischia di cancellare i diritti degli agricoltori per mettere un freno al libero mercato. Guy *Kastler* lo dice con chiarezza “… /l*e informazione incomplete fornite rafforzano la propaganda dell’industria sementiera* e dei suoi sostenitori nell’amministrazione pubblica, allo scopo di non riconoscere l’esistenza dei diritti degli agricoltori al di fuori fuori dell’obbligo di iscrizione al catalogo (delle sementi industriali/)”. *I diritti degli agricoltori vanno praticati e devono trovare un quadro giuridico e delle politiche pubbliche che li sostengano. *Questo richiede iniziative continue di mobilitazione collettiva. Se al contrario ci rinunciamo alcuni, pochi, avranno la possibilità di agire “clandestinamente”, ma la gran massa delle aziende contadine finirà per dover accettare di comprare le sementi, e poco importa se a venderle sarà una gentile impresa di commercializzazione di sementi, come Kokopelli o una cattivissima multinazionale. */ Antonio Onorati, CROCEVIA/*

Germogli e sementi

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“Se un giorno deciderai di scoprire la forza della vita che è in te, non dovrai fare altro che fermarti a guardare un seme mentre germoglia”

C’era una volta…
Così iniziano tutte le fiabe. Così inizia la storia vera di un pezzo di pane, conosciuto oggi come pane Kamut in vendita in tutte le panetterie del mondo. Così inizia la storia di una vita, anzi della vita.
Negli anni ’50 un ex pilota della USAF trovò in una tomba egizia 36 semi di un cereale molto simile al grano, rimasti in quel luogo buio e asciutto per circa 4.000 anni. I semi a contatto con l’umidità che si era formata durante la notta nel sacchetto di tela dove il pilota li aveva custoditi, con grandissima sorpresa di tutti germogliarono. Fu una sensazione meravigliosa vedere la vita ritornare dopo 4.000 anni di “ibernazione”.

Successivamente i semi, o meglio i germogli, furono piantati e il cereale che gli antichi egizi chiamavano “ka’moet”, kamut, ritornò a essere coltivato, esclusivamente per preservarne la varietà.
Fu solo sul finire degli anni ’70 che un agronomo e agricoltore statunitense di nome Quinn ne riprese la coltivazione in maniera massiccia.
Nel 1990 il ministero dell’agricoltura statunitense, USDA, dichiarò quel grano una varietà protetta e il signor Quinn riuscì a depositare il nome Kamut quale marchio commerciale.

Tutto ciò è semplicemente partito da alcuni semi che sono germogliati risvegliando la vita presente in loro, ma silente per tantissimi anni.
Il miracolo della vita, la forza della vita contenuta in un piccolo seme, e sviluppatasi in fragilissimo vegetale: …IL GERMOGLIO.

MEDICINA TRADIZIONALE
E NUOVE TENDENZE DELL’ALIMENTAZIONE
Non è difficile raccontare l’origine dei germogli. I benefici medici e nutritivi sono documentati da secoli tanto nella letteratura orientale che in quella occidentale. Più difficile capire perché un alimento conosciuto fin dai tempi antichi per le sue incredibili proprietà non sia mai stato introdotto stabilmente nelle abitudini alimentari occidentali.

Testi medici cinesi del 5000 AC descrivono i germogli come essenziali nella dieta alimentare per le loro proprietà antiinfiammatorie e rafforzanti per l’organismo e come rimedio contro deficienze vitaminiche. Nei lunghi e freddi periodi invernali i Cinesi e varie popolazioni asiatiche usavano i germogli come fonte vitale di enzimi, vitamine e proteine.

Una popolazione della zona settentrionale dell’India, gli Hunza, citati da Plutarco e scoperti dall’esploratore inglese Robert McCorrison nella prima metà del Novecento, sono conosciuti per la loro alimentazione a base esclusiva di germogli e per il loro incredibile vigore fisico e longevità. Anche oggi i germogli sono ingredienti fondamentali della cucina orientale.
Ai tempi dell’Antica Roma i soldati romani avevano bisogno di cibo energetico e poco ingombrante. Portavano delle sacche di stoffa intorno alla vita piene di semi di ogni specie. I semi al contatto con i corpi caldi e umidi diventavano germogli. Quando era possibile i germogli erano utilizzati per pane e focacce o mangiati semplicemente da soli.

Piccoli semi nutrivano intere legioni. Nell’Ottocento e Novecento missionari, antropologi ed esploratori al ritorno dai loro viaggi riferivano che germogli di semi erano alla base dell’alimentazione delle popolazioni della Cina e dell’India. In Occidente i germogli vengono sperimentati in occasioni particolari. Durante le lunghe traversate del XVIII secolo l’esploratore inglese James Cook verificò le incredibili proprietà terapeutiche dei germogli contro lo scorbuto, la malattia dovuta a mancanza di vitamina C nell’organismo, che colpiva gli equipaggi impegnati in lunghissime traversate. Prima del succo di limone, Cook impose alla marina inglese dell’epoca una bevanda ottenuta dalla bollitura di germogli di fagioli, facili da germogliare e conservare per lunghi periodi. Anche l’esercito inglese impegnato in Medio Oriente durante la Prima Guerra Mondiale ricorse a questo semplice alimento per combattere l’insorgere dello scorbuto. La scoperta del limone come alimento capace di soddisfare il fabbisogno quotidiano di questa vitamina fece rapidamente dimenticare le miracolose proprietà dei semi germogliati.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, studiosi e nutrizionisti americani considerarono i germogli come alimento ricco di proteine e sostituivo di carne, latte e derivati nel caso la guerra avesse causato difficoltà nel normale approvvigionamento di questi prodotti come stava verificandosi in Europa. La temuta carestia non si verificò e ancora una volta i germogli vennero dimenticati. Oggi negli Stati Uniti, ma anche in Europa, sono sempre più numerosi gli appassionati che hanno inserito i germogli nella loro normale dieta alimentare. Vasta è la letteratura inglese disponibile in materia, molte le organizzazioni d’oltre oceano che sono nate per informare sui benefici di questo alimento ad altissimo tenore nutritivo. Nessun altro genere alimentare può garantire un così alto apporto di vitamine, sali minerali, proteine con un impiego minimo di tempo, energia e risorse. All’inizio del nuovo millennio, i germogli non possono costituire l’unico alimento nella dieta di persone impegnate in vite dinamiche e stressanti.

È importante però considerare gli enormi benefici che questo singolare alimento è in grado di regalare al nostro organismo. In queste pagine si vuole suggerire un modo intelligente e sano per integrare la nostra dieta, molto spessa povera di vitamine e sali minerali fondamentali, ma anche presentare una semplice alternativa nel caso ci fosse difficoltà di reperimento delle comuni fonti di alimentazione

I GERMOGLI: INTEGRATORI NATURALI
Il miracolo si ripete uguale ogni volta che le giuste condizioni si presentano. Il seme viene in contatto con l’acqua, la assorbe e con l’aiuto di ossigeno, calore e luce inizia il processo di germinazione.

Ciò che sembra così semplice e naturale, è in realtà il risultato di complesse e molteplici reazioni chimiche. Ma procediamo per ordine. Una volta staccatosi dalla pianta madre, il seme rimane in uno stato di apparente inattività che può durare anche moltissimo tempo. Il seme è infatti il depositario delle informazioni genetiche e delle sostanze nutritive che gli permetteranno al momento opportuno di generare una nuova pianta, embrionale prima, adulta poi. La sua funzione primaria è pertanto quella di salvaguardare tale potenzialità fino a quando le corrette condizioni ambientali non gli permetteranno di manifestarsi come pianta. Infatti i semi, se conservati nelle giuste condizioni, vivono molto a lungo. Molte delle scoperte archeologiche in Egitto, risalenti a molti secoli prima di Cristo, hanno portato alla luce i tesori faraonici sepolti e i beni che i defunti portavano nel Regno dei Morti. Tra questi sono stati trovati spessissimo semi perfettamente vitali conservati come tali dall’ambiente secco e buio delle Piramidi.

Il processo con il quale il seme riprende la sua attività è detto germinazione. In questa prima fase il seme sviluppa una minuscola piantina, detta germoglio, del tutto dipendente dalle riserve alimentari contenute nel seme. Le condizioni essenziali per la germinazione sono fondamentalmente due: primo, la vitalità del seme che deve risultare vivo e germinabile; secondo, la presenza delle corrette condizioni ambientali, ovvero disponibilità di acqua, temperatura adatta e presenza di ossigeno. La luce è solo in certi casi un altro fattore essenziale per la germinazione; essa diverrà fondamentale nel momento in cui il germoglio dovrà iniziare i processi di fotosintesi tramite la produzione di clorofilla.

La vitalità del seme, normalmente indicata come percentuale di germinabilità, dipende da alcuni fattori, in particolare dalle caratteristiche intrinseche della specie. Infatti esistono vegetali in grado di produrre semi la cui vitalità resta inalterata per molti anni, mentre per altri essa decade naturalmente dopo appena poche stagioni. Altri fattori fondamentali per il mantenimento della vitalità del seme nel tempo sono poi le condizioni ambientali in cui è avvenuta la produzione del seme sulla pianta e quelle in cui il seme è stato conservato. Un seme vitale è comunque sempre un seme fisicamente integro, il cui aspetto esteriore appare normale sia nel colore che nella forma. Tra le condizioni essenziali per la germinazione, l’acqua svolge il ruolo di vero e proprio interruttore, poiché è solo dal momento in cui essa viene assorbita dal seme che vengono attivati i principi presenti nel seme in riposo.

Il seme comincia allora a gonfiarsi ed ad aumentare visibilmente il suo volume. In questa fase si attivano gli enzimi, elementi energetici grazie ai quali hanno inizio le trasformazioni chimiche che precedono e favoriscono lo sviluppo del germoglio. Le sostanze di riserva presenti nel seme vengono così utilizzate per generare i nuovi tessuti che andranno a comporre il germoglio vero e proprio. La seconda condizione determinante è la temperatura. Le reazioni chimiche che avvengono in fase di germinazione necessitano di un minimo di temperatura perché possano correttamente prodursi. Ogni specie ha in questo senso una gamma di temperature entro cui è possibile la germinazione: una temperatura minima, una massima ed una definita ottimale. Al crescere della temperatura si accelerano tutti i processi di germinazione fino al punto in cui l’eccesso di temperatura può danneggiare il seme o impedirne del tutto la germinazione. In linea generale la maggior parte dei semi che a noi interessano ha una temperatura ottimale di germinazione che va dai 20°C ai 28°C. Terza condizione è la presenza di ossigeno. Il seme deve poter respirare per attivare l’insieme di attività chimiche legate alla germinazione.


I processi chimici sono favoriti dagli enzimi e si traducono in attività metaboliche. La germinazione infatti produce una fase di pre-digestione dei principi nutritivi contenuti nei semi e rende, pertanto, i germogli facilissimi da digerire. Quarto e ultimo elemento è la luce che permette la fotosintesi e regala ai germogli un ricchissimo contenuto di clorofilla. Durante il processo di germinazione il seme produce enzimi fondamentali, digestivi e metabolici, sostanze vive e attive che sono responsabili della trasformazione chimica degli elementi contenuti nel seme: gli amidi vengono trasformati in zuccheri semplici, le proteine in aminoacidi, le vitamine e i sali minerali moltiplicano enormemente il loro valore. Questi enzimi donano ai germogli una energia biologica viva che può regalare all’organismo che li consuma una benefica rigenerazione cellulare. A differenza dei normali ortaggi che diminuiscono il loro contenuto nutritivo a partire dal momento in cui vengono raccolti, i germogli lo mantengono intatto fino al momento del loro effettivo consumo. Se il seme germogliato non viene seminato in terra e non trova ulteriore sostegno alla crescita della futura pianta si blocca allo stadio di germoglio: un concentrato di principi nutritivi attivi. Il seme in fase di germinazione è infatti nel momento di massima energia che significa il massimo del suo apporto nutritivo.
Tratto dal libro ” MEDICINA TRADIZIONALE E NUOVE TENDENZE DELL’ALIMENTAZIONE” – Roberta Mantellini e Dario Bavicchi

fonte:        http://www.solonewage.it/libri-bibliografia/libreria-germogli-e-sementi.htm

 

“Giardini condivisi”: si affida il verde ai cittadini

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Un’altro passo verso l’omologazione industriale che colpisce la cultura e la diversità anche dal punto di vista agro-alimentare.

Si parla della potenza “dissuasiva” delle lobby americane, ne parlano denuncie sociali, film che vanno in onda ad orari impossibili; ma viene spesso nascosta agli occhi della maggioranza dei cittadini-consumatori del “Vecchio Continente” l’influenza che queste, alle dipendenze delle multinazionali, hanno in Europa.

Con una sentenza emessa il 12 di luglio di quest’anno, la Corte di Giustizia Europea conferma il divieto di commercializzare sementi di varietà tradizionali che non siano state iscritte nel catalogo ufficiale europeo, ovvero quell’elenco stilato in base alle richieste di commercializzazione dei prodotti Ogm e ad agricoltura intensiva delle multinazionali.

Un patrimonio naturale, culturale e sociale conservato e sviluppato in migliaia di anni di esperienza agricola umana, viene spazzato via da una sentenza di “giudici liberisti”.

Negli ultimi anni, diverse associazioni di Seed Savers (salvatore di semi), delineando un progetto di recupero delle tradizioni culturali rurali, si erano impegnate nella salvaguardia della varietà delle piante antiche, salvandole dall’estinzione e coltivandole in orti di piccola scala.

Ricordiamo che dal 1998 è in vigore una direttiva comunitaria europea che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere vietandolo agli agricoltori; in questo modo ciò che i contadini hanno fatto per millenni è diventato improvvisamente quasi un reato. O almeno un’attività economicamente in perdita.

La diatriba nasce dalla denuncia della Graines Baumaux, ditta che aveva denunciato l’associazione “no-profitt” Kokopelli con l’accusa di commercializzare sementi non iscritte all’elenco.

In primo appello la Corte aveva sentenziato che “L’assenza di una semente dal catalogo non è indice del fatto che non sia ‘buona’, perché le norme che ne regolano l’iscrizione non riguardano alla futura la salubrità delle piante, ma a logiche commerciali”. Nel caso specifico, la commercializzazione di varietà arcaiche rientrava nella deroga prevista dalla direttiva 2009/145/CE, assolvendo di fatto la Kokopelli.

La sentenza del ricorso in sè ha del farsesco, La Corte europea ha motivato e giustificato il suo verdetto a favore della Graines Baumaux, sostenendo che il divieto del commercio delle sementi antiche e tradizionali ha l’obbiettivo di ottenere “una accresciuta produttività agricola’’; come se l’Europa fosse affollata di popolazioni malnutrite, bisognose di aumentare le loro rese alimentari per ettaro.

Sentenza emessa da parte della Corte andando contro il parere persino dell’Avvocato Generale, che invece affermava :

‘’la registrazione obbligatoria di tutte le sementi nel catalogo ufficiale era una misura sproporzionata e violava i principi della libertà di esercizio dell’attività economica, della non-discriminazione e della libera circolazione delle merci’’.

La Kokopelli, secondo lo stesso principio, chiede: ‘’Perchè non esiste un registro ufficiale dei bulloni e delle viti? Forse perchè non c’è una Monsanto della minuteria metallica.

E’ questo ‘il peccato originale’ l’aver violato uno dei principi dei dogmi liberisti, il monopolio del commercio, e per questo è stata punita.

Si aspetta ora la reazione dei Movimenti Contadini Europei, che anni fà vennero alla ribalta nella difesa del consumo consapevole e di qualità- Sperando che anche loro non si siano persi lungo la strada europea.

fonte:       http://www.contropiano.org/it/ambiente/item/10861-leuropa-cancella-le-sementi-tradizionali

Sesto Congresso Mondiale di Slow Food – Torino, 27-29 ottobre. Il Forum di discussione

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14/09/2012Apriamo qui un Forum di discussione sulle varie tematiche che verranno affrontate al Congresso mondiale di Slow Food. Diviso per capitoli, il forum vuole dare l’occasione agli internauti di esprimere la propria opinione sui vari fronti in cui si muove la nostra associazione per un confronto proficuo. Dite la vostra su “diritto al cibo”, “cibo e paesaggio”, “cibo e salute”, “lotta allo spreco”, “ritorno alla terra” e tanto altro ancora.

Il Congresso Mondiale di Slow Food che si tiene a Torino dal 27 al 29 ottobre 2012 è il sesto della storia del movimento, si svolge contemporaneamente al quinto incontro di Terra Madre e dovrà esprimersi sui temi politici e culturali che sono alla base dell’agire quotidiano dei 1500 convivium e delle oltre 2500 comunità del cibo operanti in 130 Paesi del mondo. Questa articolata e complessa rete è chiamata a discutere e condividere visioni e progetti in grado di dare un senso compiuto al suo operare. Idee, valori e organizzazioni locali (convivium e comunità del cibo) sono il bene più prezioso di Slow Food, il livello fondante del movimento, mentre le strutture organizzative a livello regionale, nazionale o sovranazionale sono strumenti al servizio della rete, della sua diffusione e del suo radicamento sui territori. Leggi tutto…
Scarica qui la versione integrale del documento congressuale Diritto al cibo
Di seguito i diversi forum di discussione sulle principali tematiche che verranno affrontate durante il congresso
La fertilità dei suoli – Minacciando e compromettendo la fertilità dei suoli, e quindi il loro essere sistemi viventi, compromettiamo la nostra vita e quella del pianeta che abitiamo
Dal cibo alla salubrità dell’acqua – Il nostro pianeta, così come il nostro corpo, è composto per circa il 70% di acqua. Le zolle di terra che noi abitiamo sono ospitate e attraversate dall’acqua. Tutte le nostre azioni hanno un’eco in qualche luogo d’acqua, siano i mari, i fiumi o i laghi o sia semplicemente l’aria, che cederà all’acqua le sostanze che contiene
Dal cibo alla salubrità dell’aria – Nelle nostre città il livello di polveri sottili e di metalli pesanti nell’aria è per gran parte dell’anno sopra il limite di guardia. Aumentano le malattie polmonari e della pelle legate all’esposizione ad agenti tossici, mentre cresce il tasso di tumori. La qualità della nostra aria è in costante deterioramento, e con essa la qualità della nostra vita
Dal cibo alla difesa della biodiversità – La questione della biodiversità è un tema ormai da tempo tra le priorità dell?agenda di Slow Food e Terra Madre. Con la parola biodiversità si intende l?insieme di tutte le forme viventi sul pianeta, il che significa non solo le singole specie ma anche gli interi ecosistemi. Il decennio dal 2011 al 2020 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite il decennio della biodiversità, e in questo contesto Slow Food intende fare la sua parte da protagonista
Dal cibo al paesaggio –  Se apparteniamo al movimento Slow Food, se siamo nella rete di Terra Madre, non è solo perché abbiamo a cuore il nostro modo di nutrirci, ma anche perché siamo consapevoli che per nutrirci in maniera buona, pulita e giusta è indispensabile la cura della porzione di pianeta che abitiamo
Dal cibo alla salute  – Mangiare bene è un elemento chiave per avere una buona salute. Tra le molte funzioni del cibo, quindi, tra i molti diritti di cui esso è vettore, c’è quello alla salute. Questo però significa anche che al destino del cibo è legato il destino di quei diritti
Dal cibo alla conoscenza e alla memoria – Nella storia dell?umanità la produzione del cibo, la sua conservazione e la sua distribuzione hanno costruito un immenso patrimonio di conoscenze trasmesso nel tempo e nello spazio e oggetto di costante mutamento per garantire adattabilità ed efficienza
Dal cibo al piacere, alla socialità, alla convivialità, alla condivisione – La struttura organizzativa di base del movimento Slow Food si chiama convivium, il cui significato rimanda al banchetto, ritrovo intorno alla mensa non solo per condividere il cibo ma per favorire il dialogo, la riflessione e il piacere della socialità. Questo è forse l?aspetto più alto e più nobile che la cultura del cibo abbia saputo consolidare nel tempo
Il ritorno alla terra – Per l’umanità, non sembri retorico ma è dell’intero genere umano di cui stiamo parlando, diventa imprescindibile ritornare alla terra. Abbiamo tutte le possibilità per farlo e ci sono tanti modi per poterlo fare tutti, nessuno escluso
La lotta allo spreco – Oggi abitano il pianeta sette miliardi di esseri umani, che nel 2050 saranno più di nove miliardi. Le previsioni in merito sembrano concordare. Considerando che già oggi un miliardo di persone non mangia adeguatamente, le prospettive appaiono piuttosto fosche
L’economia locale e la democrazia partecipativa – La dimensione locale rispetta le esigenze dei territori, e possiamo renderci attivi garanti di questa dimensione attraverso l?atto di produrre o scegliere il cibo che mangiamo. Il nostro convivium e la nostra comunità del cibo sono luoghi in cui praticare e agire affinché la porzione di sistema vivente che ci è stata affidata, in cui siamo inseriti, funzioni in maniera costruttiva. È su scala locale che parte il cambiamento, nella pratica.
L’educazione permanente – Per tutto ciò che abbiamo detto finora, la parola chiave è: educazione. Non esiste cambiamento, nei comportamenti o nella cultura, se non si accetta l?impegno educativo come parte integrante di quel cambiamento

fonte:       http://www.slowfood.it/sloweb/0a5da4a022aa26a4c53a7c35e3bdcb18/sesto-congresso-mondiale-di-slow-food-torino-2729-ottobre-il-forum-di-discussione