Archivio mensile:giugno 2012

Malpensa, Sea condannata a pagare 8 milioni. Per la morte di 100 mila piante

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Causa pilota di un cittadino che si era stabilito nel Parco Naturale del Ticino “invaso” dall’inquinamento dei residui di carburante. Il Ministero dell’Ambiente aveva fornito una valutazione sulla base di ispezioni del Corpo Forestale dello Stato in cui parlava chiaramente di “disastro ambientale”. Responsabile anche il ministero dei Trasporti.

di Thomas Mackinson

malpensa_interna nuova

Una tegola da otto milioni di euro sulla Sea. Un’ingombrante pronuncia per il piano di espansione di Malpensa e una nuova ombra sulla vendita ai privati già contestatissima. La seconda sezione civile della Corte d’Appello di Milano ha condannato il gestore aeroportuale milanese, in solido con il Ministero dei Trasporti, per danno alla proprietà e ha perfino aumentato la liquidazione dell’indennità da 5 a quasi 8 milioni di euro. Le motivazioni della sentenza saranno depositate a giorni, ma la pronuncia dei giudici in secondo grado mette un carico pesante sulla Sea, sul suo passato e soprattutto sul futuro.

La vicenda risale al lontano 1999, quando il proprietario di un’area boschiva di 220 ettari sorvolata dagli aerei in decollo osserva i segni evidenti di un inquinamento devastante per le piante. Lì, in località “Tre Pini”, il signor Umberto Quintavalle aveva stabilito la sua residenza con la volontà di valorizzare la proprietà con un progetto compatibile con le funzioni del Parco Naturale del Ticino. Con le piante che muoiono, una dopo l’altra, è costretto invece ad accantonare per sempre il progetto. Ma lui non si dà per vinto perché, dopo una serie di accertamenti, appare credibile che la morìa di 100mila piante sia da collegare ai residui incombusti del carburante degli aerei in decollo da Malpensa. Così scatta una causa-pilota che, al tempo, sembrava temeraria: un cittadino solo contro i giganti della Sea e del Ministero e un’azione legale che apriva scenari nuovi sul fronte della compatibilità tra grandi infrastrutture del trasporto aereo e l’ambiente. Peggio, metteva in discussione le scelte degli amministratori lombardi che per anni hanno fatto di Malpensa una bandiera politica ed economica. A giudizio finisce l’origine stessa dell’aeroporto lombardo, realizzato nel 1998 all’interno del Parco del Ticino, una riserva naturale protetta da norme nazionali e comunitarie. In aula Sea tira dritto, nega la responsabilità e contesta ogni addebito. Seguono quattro anni di perizie, analisi e controanalisi. Nel 2008 la sentenza di primo grado del giudice La Monica stabilisce le ragioni del proprietario e il risarcimento in quattro milioni di euro. Sea impugna la sentenza e la guerra legale riparte da capo. Si arricchisce però di alcuni colpi di scena che sembrano rafforzare Davide e indebolire il gigante Golia. Il 7 ottobre 2010 è il Ministero dell’Ambiente a fornire una valutazione sulla base di ispezioni del Corpo Forestale dello Stato e a parlare chiaramente di “disastro ambientale”.

Anche i comuni cosiddetti “di sedime”, che sono interessati a decolli e atterraggi si mobilitano e commissionano studi epidemiologici sugli effetti dell’inquinamento acustico e da idrocarburi sulle persone. Lo fa, ad esempio, il Comune di Casorate che affida all’Asl di Varese un’analisi dei dati clinici di 12 anni (1997-2009). Il risultato è un aumento della mortalità per malattie respiratorie del 54,1% e un balzo nei ricoveri ospedalieri pari al 23,8%, contro medie per tutta la provincia del 14 e del 7,8%. Dati alla mano, il comune farà un esposto in Procura. L’Università Cattolica di Brescia si cimenta nell’analisi della qualità dell’aria. E ancora una volta mette in croce Malpensa. Si tratta di in un campionamento dei valori inquinanti con diverse postazioni nei comuni intorno all’aeroporto. I risultati sono stati presentati un anno fa e segnalano la criticità raggiunta da alcuni inquinanti cancerogeni come il benzopirene. Anche questi dati sono stati ignorati dagli enti preposti alla tutela dell’ambiente e della salute, mentre sul territorio si muovevano comitati ambientalisti sistematicamente inascoltati. Perfino l’Europa, e siamo a due anni fa, ha messo la vicenda nel suo puntatore e ha aperto un’istruttoria che potrebbe finire in procedura di infrazione per l’Italia. Con tanto di multa.

A mettere un punto fermo a 13 anni di contese arriva oggi la seconda condanna per la Sea. Non è la parola fine, c’è sempre la Cassazione. Ma l’avvocato Elisabetta Cicigoi, che ha difeso Quintavalle insieme ai colleghi Matteo Majocchi e Gianluca Gariboldi, sembra fiduciosa anche se attende di leggere la motivazione della sentenza. Spiega che è sicuramente una pronuncia importante: è l’epilogo di una battaglia che si è svolta in un aula di tribunale su basi giuridiche e con dati scientifici accertati da quattro anni di perizie; ma ribadisce anche l’inviolabilità di alcuni vincoli giuridici di rilievo pubblico fondamentali. Su tutti, l’obbligo per gli amministratori che intendono realizzare infrastrutture di questa portata e complessità a valutare correttamente le localizzazioni e a mettere in campo concreti strumenti di mitigazione e misure compensative. Cosa che, evidentemente, a Malpensa non è stata fatta a dovere.

E’ presto per dire se la decisione avrà effetti su altre proprietà o sulle azioni legali intraprese dai comuni che si considerano danneggiati. Magari su altre aree aeroportuali italiane dove da anni si tenta inutilmente di far sentire la voce dell’ambiente e della salute. Certo la condanna pesa sul tavolo della politica che sta andando nella direzione contraria di un ulteriore ampliamento di Malpensa, con polo logistico e terza pista, e di una cessione di proprietà e controllo verso i privati che la giunta di Giuliano Pisapia cerca a tutti i costi pur di salvare i conti del Comune.

fonte:      http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/16/inquinamento-sea-condannata-per-morte-di-100-mila-piante-otto-milioni-di-risarcimento/265232/

Video: come fare un portamonete con una confezione di Tetrapak

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Ecco dopo il un altro video su come fare un fiore da una bottiglia di plastica, eccone un altro sul filone del  riciclo creativo tema che ci appassiona moltissimo.

Eccovi il bellissimo video segnalatoci da Arte Riciclo dal titolo “Fiore di Plastica“, in cui Andrea Gori realizza un portamonete ricavandoloda una confezione di trtrapak  in pochi minuti, davvero bravo.

Su come riciclare il tetrapak abbiamo anche scritto una guida: Tetrapak: come riciclare il Tetrapak?

Se volete provare a realizzare anche voi un portamonete da una confezione di Tetrapak serve davvero poco

  • 1 confezione in tetrapak, ad esempio la confezione da 1 litro del latte.
  • 1 paio di forbici
  • del nastro adesivo
  • del velcro per far si che poi possiate chiuderlo

Per maggiori informazioni: andreagori25@live.it

Buon divertimento e fateci sapere come vi è venuto!

Costa pochissimo, è facile e veloce. La ricetta del dentifricio fatto in casa.(Video)

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A proposito di ecologia domestica, vi propongo un video che insegna a fare in casa il dentifricio. E’ molto semplice e veloce, lo vedrete.

Su internet girano varie ricette; io ho scelto questa perchè richiede ingredienti facilissimi da trovare e che costano veramente poco: glicerina, bicarbonato, comune sale da cucina. Più un olio essenziale per l’aroma.

Il vantaggio per il portafoglio è evidente. Per quanto riguarda l’ambiente, gli si risparmiano le risorse necessarie per produrre tubetto e scatola, e poi per riciclarli o smaltirle in discarica. Ecco le immagini.

A proposito del bicarbonato, l’ingrediente principale (la glicerina serve giusto ad “impastarlo”) so che esiste una polemica vecchia come il cucco: fa male ai denti e li corrode! No, non fa male e anzi li sbianca!

Secondo me, taglia la testa al toro il fatto che il bicarbonato – così almeno dice Wikipedia – rientra anche nella composizione dei dentifrici industriali.

fonte:           http://blogeko.iljournal.it/2012/costa-pochissimo-e-facile-e-veloce-la-ricetta-del-dentifricio-fatto-in-casa-video/68045

Food not Bombs Photos

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Qui trovate la presentazione delle seguenti foto:

Le migliori foto del movimento Food Not Bombs postate su Flickr da tutto il mondo!

nato_march_FNBFood not bombsshot teaFNB on December, 31Delicious
occupy-food-not-bombs-signchickpea salad sandwichesLiberatingDishwashing stationtofukitchen
Food Not BombsFood Not Bombsoccupy vancouverOccupy Freedom Plaza -- 153IMG_0613Food Not Bombs Table
#OccupyLAOccupy Boston / 180Food not bombsEast Bay Food Not BombsEast Bay Food Not Bombsfood not bombs

* food not bombs, a group on Flickr.

Muzzicycles: la bicicletta ecologica realizzata con montagne di …spazzatura!

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muzzicycles

Lì dove c’era spazzatura, ora c’è…una bicicletta!  Si tratta della Muzziclycles, la bicicletta creata e fortemente voluta dall’artista e designer uruguayano Juan Muzzi, lo stesso inventore delle molle colorate che tanto hanno fatto divertire i bambini negli anni ’80 e ’90. Oggi Muzzi torna a far parlare di sé con  la sua bicicletta realizzata con bottiglie di PET e altri rifiuti in plastica generalmente destinati alle discariche.

Una bici che non è più soltanto un prototipo perché, nonostante lo scetticismo che circolava intorno al suo prodotto e le difficoltà iniziali, oggi l’artista quarantenne ha dato il via alla produzione di serie delle Muzzicycles, già diventate un must in Sud America e non solo. Perché oltre a proteggere l’ambiente queste biciclette di spazzatura garantiscono leggerezza e resistenza.

 

Muzzi ispirandosi, ad esempio, alle ossa umane, per garantire la durata nel tempo, ha creato il telaio monopezzo con pareti di spessore, ma vuote. Una caratteristica, questa che impedisce al materiale di pegarsi facilmente o di rompere. Inoltre, la miscela di materie plastiche riciclata con cui viene realizzato il telaio rende il prodotto sufficientemente flessibile per assorbire gli urti e, al tempo stesso, essere resistente. In pratica in queste bici ecologiche non esistono saldature, né tanto meno vernici. La tinta è unica in base al materiale utilizzato per produrla.

telaio_muzzicycles

Quando sono andato in cerca di finanziamenti in Brasile – racconta nella sua intervista alla CNN – mi dicevano tutti che era una buona idea forse in Germania o negli Stati Uniti, non qui“. Alla fine però il banco uruguayano ha creduto in lui e concesso un finanziamento che gli ha permesso di dare il via alla produzione.

 

Per  il momento le Muzzicycles vengono vendute su Internet ad un prezzo che riesce a copre a malapena i costi di produzione –  a circa 140 dollari – ma, come specifica il grande inventore “L’idea è di raggiungere 20 milioni di persone, tutti quelli che  vivono sotto la soglia della povertà in Brasile“.

E intanto sul suo sito internet è possibile ammirare in tempo reale la quantità di bottiglie di plastica utilizzate e tolte alla discarica (15.840.600 al momento della stesura del post), le bici costruite con questi materiali (132.00) e i rispettivi Kg di Co2 risparmiati (2.738.227). Mica male no?

Simona Falasca

fonte:        http://greenme.it/muoversi/bici/7013-bicicletta-spazzatura-muzzicycles

Candele di cera di soia autoprodotte

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Una candela accesa, si sa, crea un’atmosfera rilassante… e se profumata dona anche un senso di pace e di armonia. Eppure non tutti sanno che gran parte delle candele in commercio, realizzate con la cera di paraffina, sono particolarmente dannose per l’uomo e per l’ambiente.
La paraffina è una complessa miscela di idrocarburi di derivazione petrolchimica, largamente utilizzata per i suoi costi contenuti. Uno studio condotto dall’americana “Enviromental Protection Agency” ha rilevato la cancerosità e la neurotossicità della fuliggine nera emanata dalle candele di paraffina. Fuliggine che diffonde nell’ambiente sostanze chimiche dannose come l’acetaldeide, la formaldeide, l’acrolene e il naftalene e che sarebbero responsabili, per i soggetti sensibili, di irritazioni delle vie respiratorie e nei casi più estremi di disturbi neurologici, cefalea, nausea, vomito, vertigini. Sotto accusa anche il piombo contenuto negli stoppini e i coloranti a base di solventi e additivi pericolosi, come nafta e naftalene, e i profumi contenenti flalati tossici.
La natura, per fortuna, ci fornisce grazie alla cera di soia una soluzione alternativa alle dannose candele industriali. L’invenzione della cera di soia risale al 1991, quando Michael Richards cercava un’alternativa più economica alla cera d’api. E i vantaggi legati alla cera di soia sono molteplici. Primo fra tutti quello di essere una risorsa rinnovabile e sostenibile, un prodotto cruelty free, in quanto non testato sugli animali ed infine la sua origine vegetale, garantisce l’assenza di sostanze tossiche e inquinanti durante l’accensione. La cera di soia, inoltre, assicura stabilità alla candela e la sua fiamma sarà più brillante e senza fumo.
Realizzare candele di soia in casa è un’operazione estremamente semplice e divertente!

OCCORRENTE:
– Cera di soia:
La cera di soia può essere acquistata nei colorifici, nei negozi bio o online. Se disponiamo di acido stearico possiamo addizionarlo nella misura del 10% (20% max). Quest’ultimo farà sì che la candela bruci più lentamente ed in maniera più omogenea.

– Stoppino,
E’ bene utilizzare del filo di cotone (il filo sintetico una volta bruciato immette diossina nell’aria). Io ho preso in merceria del filo “a coda di topo”.

– Pentolino e bicchiere per bagnomaria;

– Oli essenziali
Possiamo utilizzare degli oli essenziali di nostro gradimento o oli da cui vogliamo sfruttare i vantaggi dell’aromaterapia. Gradevolissimi sono quello di lavanda o agli agrumi.

– Contenitore
Possiamo riciclare bicchierini, vasetti e quant’altro si presti bene per contenere la nostra candela, persino mezzo limone o mezza arancia svuotati.

PROCEDIMENTO:
1. Tagliamo a pezzi la cera di soia (se non è già in scaglie) e uniamo l’acido stearico (se non lo avete potete ometterlo, non è indispensabile);
2. Fondiamo a bagnomaria la cera di soia e l’acido stearico in un bicchiere di vetro;
3. Tagliamo il filo di cotone di qualche centimetro più lungo rispetto alla lunghezza della nostra candela. Intingiamolo nella cera di soia fusa, lo stendiamo ben dritto su un foglio di carta stagnola o carta forno e lo riponiamo in freezer fino a quando non si sarà totalmente solidificato.
4. Una volta raggiunti i 50° la nostra cera di soia si sarà completamente fusa. Pertanto la tireremo fuori dal bagnomaria e la verseremo sul contenitore che abbiamo scelto. Il punto di fusione relativamente basso della cera di soia fa sì che questa non si solidifichi in fretta una volta sciolta. Quindi non possiamo far pasticci!
5. Riponiamo lo stoppino al centro del contenitore e lo fissiamo all’estremità con una molletta o con uno stuzzicadenti.
6. Lasciamo qualche ora a solidificare e la nostra candela ecologica è pronta!

Vi mostro alcune delle mie candeline. Per le decorazioni ho usato fiori di lavanda, karkadé, frutti di bosco essiccati. Ma in questo potete sbizzarrirvi!

 
(Rossana Vella)