Archivio mensile:aprile 2012

Chernobyl, a 26 anni dal disastro un nuovo arco di 150 metri coprirà la centrale

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I lavori partiranno domani, nel giorno dell’anniversario della tragedia nucleare del 1986. L’impianto sarà presto sormontato da una mega-struttura d’acciaio destinata a coprire ciò che rimane della vecchia installazione sovietica.  Uno smantellamento che riguarda anche il vecchio sarcofago deteriorato da buchi e crepe da rischiare il collasso su se stesso

nuovo contenitore chernobyl_interna nuova

Cent’anni: tanto ci vorrà per smantellare, in sicurezza, la centrale nucleare di Chernobyl a 26 anni dal disastro del 26 aprile 1986. L’impianto sarà presto sormontato da un colossale arco d’acciaio, alto più di cento metri e lungo 150: è la megastruttura destinata a coprire ciò che rimane della vecchia installazione atomica sovietica. Un decommissioning (smantellamento, ndr) che riguarda anche il vecchio sarcofago. Che, costruito frettolosamente e senza nemmeno una bullonatura di sostegno nei mesi dopo l’incidente, è così deteriorato da buchi e crepe da rischiare il collasso su se stesso. Una bomba a orologeria, viste le enormi quantità di radioattività ancora presenti nelle rovine dell’impianto, da disinnescare al più presto. I lavori partiranno domani, 26 aprile, ventiseiesimo anniversario del disastro nucleare. Ma il primo lotto di acciaio da 150 tonnellate, proveniente via treno dall’Italia, è già stato consegnato nelle scorse settimane.

Sono stati necessari dieci anni di valutazioni per superare i mille dubbi tecnici o legati alla mancanza di fondi, ma finalmente si parte. L’enorme arco di acciaio per isolare dall’ambiente circostante la bomba radioattiva di Chernobyl si farà. Un’opera da quasi ottocento milioni di dollari, donati da 29 diversi Paesi riuniti nel Chernobyl shelter fund: il gigantesco “tappo” peserà più di ventimila tonnellate e coprirà la centrale fino a ben 257 metri oltre gli edifici dell’impianto, evitando le pericolosissime infiltrazioni d’acqua piovana. Un’altra soluzione “temporanea”, dicono gli esperti, ma necessaria: le condizioni critiche dell’attuale sarcofago potrebbero infatti far fuoriuscire il restante 95% della radioattività, ancora intrappolata dentro il reattore.

Per ridurre i rischi di contaminazione per gli operai e gli ingegneri del cantiere (impiegati nel minor numero possibile), il maxi-coperchio verrà costruito altrove, trasportato in Ucraina sia su gomma che su ferro ed assemblato a trecento metri dal disastrato reattore numero 4. Una volta montato, verrà applicato sopra l’attuale copertura, facendolo scorrere su enormi rotaie costruite appositamente. Fatto ciò, nell’arco del prossimo secolo si procederà in remoto allo smantellamento sia dell’attuale sarcofago che della centrale stessa. Un lavoro enorme ed estremamente complesso che, secondo le previsioni del consorzio francese Novarka, progettista e costruttore dell’opera, si concluderà entro il primo semestre del 2015.

Questa mega-cupola è un estremo tentativo di sanare la grave ferita nucleare ancora aperta nel cuore d’Europa, e darà più tempo al governo ucraino di trovare un deposito permanente per le 200 tonnellate di uranio e la tonnellata di plutonio ancora contenute all’interno della centrale. Quantità enormi: basti pensare che un solo chilogrammo di plutonio, se inalato, è potenzialmente in grado di uccidere 10 milioni di persone.

“L’incidente di Chernobyl è diverso da Fukushima non solo per la quantità di materiale radioattivo fuoriuscita nell’ambiente (10 volte di più), ma anche perché la parte più pericolosa, il combustibile, è sostanzialmente rimasta sul posto”, ricorda il professor Marco Enrico Ricotti, docente del Politecnico di Milano e membro dell’American nuclear society: “Per Chernobyl non ci sono molte alternative: non è ragionevole pensare di andare a prendere il combustibile fuso per spostarlo da altre parti (in teoria si potrebbe fare, ma con robot e a costi e tempi notevoli), quindi si tratta di realizzare un edificio di contenimento sul posto”.

Un nuovo sarcofago, insomma, che costruito in acciaio invece che solamente in cemento armato può essere montato più facilmente, ma soprattutto “garantire durata, tenuta e schermatura” superiori a quelle attuali. “La soluzione più efficace dal punto di vista dei costi-benefici-sicurezza è quella di portare e costruire un sostanziale ‘schermo’ per le radiazioni e per evitare la diffusione e il contatto con l’ambiente dei materiali radioattivi”, aggiunge l’ingegnere nucleare: “Per le altre zone radioattive si tratta di gestire la costruzione con le dovute accortezze radiologiche: tempi di permanenza e protezioni per gli operatori”.

Inoltre, questa mega-struttura, non sostituendo l’attuale sarcofago, ma integrandolo, “difficilmente diventerà materiale radioattivo – conclude Ricotti – quindi in linea di principio potrebbe essere decontaminata nel caso in cui, fra parecchi decenni, si volesse smantellare il tutto”

fonte:        http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/chernobyl-anni-disastro-atomico-nuovo-arco-metri-coprira-vecchia-centrale/208048/

Scandalo hamburger negli Usa, il 70% è ottenuto da scarti di macellazione

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La notizia è stata rilanciata dall’Abc che punta il dito contro la pink slime (poltiglia rosa ottenuta dalla triturazione di ciò che rimane dalla macellazione e disossatura). Le scuole potrebbero bandire i prodotti a primo prezzo contenti la “melma rosa”

pink slime internaHamburger fatti usando anche gli scarti dei macelli? Negli Stati Uniti sono il 70% di quelli venduti nei supermercati. Carne addizionata di Lean finely textured beef, meglio noto come Pink slime: una poltiglia ottenuta dalla triturazione di ciò che rimane dalla macellazione e disossatura dei capi di bestiame, lavata con ammoniaca e messa in percentuali variabili nella carne macinata prima di essere surgelata. Un’operazione del tutto legale, anche se condotta all’insaputa dei clienti. I produttori non hanno infatti nessun obbligo di segnalare la presenza dell’additivo. Ma è bufera, negli Usa, da quando un’inchiesta di Abc News ha svelato le dimensioni del fenomeno. Tanto che, dal prossimo autunno, molte scuole americane potrebbero bandire i prodotti a primo prezzo contenti la “melma rosa”.

Nei supermercati Usa non tutti i prodotti con la dicitura “100% carne bovina” dicono la verità. O meglio, la dicono solo a metà. In tre quarti della carne macinata statunitense, infatti, ci sono anche percentuali variabili di tendini, cartilagini e altre parti potenzialmente contaminate dalle feci degli animali macellati. Solo il grasso viene quasi completamente rimosso, con appositi metodi di centrifuga.

Non solo, memori dei problemi già avuti in passato da colossi come McDonald’s per i casi di Escherichia coli contratta da decine di suoi clienti (che hanno portato la catena a vendere solo hamburger molto ben cotti), compagnie come la Beef Products Inc. (Bpi), leader mondiale nel trattamento di carni disossate e surgelate, hanno pensato bene di disinfettare la poltiglia con ammoniaca. Un procedimento in uso dalla metà degli anni novanta ed approvato dal Dipartimento Usa dell’Agricoltura (Usda), che oggi ha però assunto dimensioni inquietanti.

Stanno infatti servendo a poco i tentativi di Bpi di rassicurare i propri clienti sulla genuinità della propria carne macinata: persino i più convinti carnivori della Fast Food Nation mostrano ormai delle perplessità. Poco efficace anche l’intervento di politici (repubblicani) come il governatore del Texas Rick Perry e quello dell’Iowa, Terry Branstad, che per rassicurare i cittadini sulla bontà dei prodotti Bpi (finanziatrice della campagna elettorale dello stesso Branstad) hanno mangiato pubblicamente hamburger contenenti il Pink slime.

Sul piede di guerra, ora, ci sono molte associazioni di consumatori e di genitori, soprattutto da quando è stato reso noto che gran parte delle mense scolastiche, per risparmiare, acquistano regolarmente prodotti contenenti l’additivo, maggiorati in peso e volume proprio grazie ad esso.

Anche la soluzione di questo problema, per chi proprio non può fare a meno del burger, è legata ai dollari, e consiste nel consumare carne da allevamenti biologici. Che, soggetta a severe restrizioni, è l’unica a non potere assolutamente contenere la melma rosa. Ma che, visto il costo dei cibi bio rispetto a quelli “tradizionali”, negli Usa non tutti si possono permettere.

Nonostante i timori di alcuni parlamentari democratici, per cui le scuole delle comunità più povere continueranno ad acquistare prodotti contenenti lo slime, l’Usda ha spiegato in un comunicato che i sistemi di produzione dell’additivo sono sicuri, e che il suo consumo non comporta pericoli per la salute. Inoltre, pur rifiutandosi di rilasciare ulteriori dichiarazioni ai cronisti di Abc News, lo stesso Dipartimento dell’Agricoltura ha rivelato che non sarà comunque previsto l’obbligo di indicare sulle etichette dei prodotti a base di carne bovina la presenza di Lean finely textured beef.

Un potenziale boomerang per l’industria dei beef product. Bpi, infatti, in poche settimane è già stata costretta dal calo dei consumi a chiudere tre dei suoi stabilimenti. Tutta colpa di una campagna mediatica scorretta nei suoi confronti, lamenta la compagnia americana, per cui il suo prodotto è addirittura “nutriente”. “Perché lo dovremmo etichettare?”, insiste Regina Roth, vice-presidente di Bpi: “Non sono disposta a dire che sia qualcosa di diverso dalla carne, perché è carne bovina al cento per cento”.

fonte:      http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/scandalo-hamburger-negli-ottenuto-scarti-macellazione/213379/

India: la storia incredibile di un piccolo grande uomo

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Questa è la storia di uomo, un singolo uomo capace di cose incredibili, cose nel mondo di oggi impensabili. No, non sto parlando di un super eroe dei fumetti e tanto meno sto per raccontarvi una favola. La storia di Jadav ‘Mulai’ Payeng è pura e  semplice realtà.

jadav mulai payengJadav è un nativo indiano, è un piccolo uomo di 48 anni che da solo, ha trasformato un esteso banco di sabbia lungo le rive del fiume Brahmaputra in una rigogliosa foresta. Nativo del Distretto di Jorhat (nello Stato nord-orientale di Assam) e noto tra la popolazione locale come ‘Mulai’ (un titolo portato da numerosi sovrani del Marocco), nell’arco di 30 anni è riuscito a rimboschire una superficie di circa 550 ettari.

Come riportato dal The Asian Age, la sua foresta, conosciuta da tutti come ‘Mulai Kathoni’ o ‘la foresta di Mulai’, è diventata l’habitat ideale per centinaia di cervidi, conigli, scimmie ed innumerevoli varietà di uccelli. Ciò che una volta era uno sterile banco di sabbia vicino al suo villaggio natale, oggi è un rifugio sicuro per specie in via di estinzione come i rinoceronti unicorno e le tigri reali del Bengala (la cui piccola comunità, di recente, è aumentata grazie alla nascita di due cuccioli).

Mulai ha cominciato a lavorare alla sua foresta intorno al 1980, poco più che adolescente, quando, dopo una lunga serie di inondazioni, trovò la spiaggia del Brahmaputra invasa da una moltitudine di rettili senza vita. L’uomo, che all’epoca aveva solo 17 anni, prese una decisione che gli cambiò la vita: «I serpenti erano morti di caldo, poiché non c’erano alberi sotto cui ripararsi. Mi sono seduto e ho pianto. È stata una carneficina. Ho avvertito il Dipartimento Forestale e chiesto loro di piantare degli alberi. Mi hanno risposto che qui non sarebbe cresciuto niente. Anzi, hanno chiesto a me di provare a piantare dei bambù. Non mi ha aiutato nessuno. È stata davvero dura, ma ce l’ho fatta».

Mulai decise di lasciare la scuola e la sua casa natale per andare a vivere da solo sulle rive del fiume. Passava le giornate osservando le piante crescere e così, nel giro di pochi anni, la spiaggia era diventata un bosco di bambù. «È stato allora che ho deciso di piantare alberi adatti alla zona. Li ho raccolti e li ho piantumati qui. Dal mio villaggio ho portato delle formiche rosse, che mi hanno morsicato un sacco di volte. Le formiche rosse migliorano la qualità del suolo. È stata un’esperienza incredibile» ha spiegato Mulai.

Il cambiamento era in atto e poco a poco, nella sterile zona è germogliata una grande biodiversità di flora e fauna selvatica, specie in via di estinzione comprese. «Anche gli uccelli migratori hanno cominciato a vivere qui. Dopo anni e anni, sono arrivati gli avvoltoi. La presenza della fauna selvatica ha attirato i predatori». Ancora oggi, Payeng prosegue nella sua “missione” e vive in una capanna ai confini della foresta, con la moglie e i tre figli.

eleph-mulaiIl Dipartimento Forestale dello Stato di Assam ha appreso dell’esistenza della foresta di Mulai solo nel 2008, quando un branco di elefanti selvatici vi si era rifugiato. Esiste, infatti, un gruppo di circa 100 elefanti che stanzia regolarmente nella foresta per sei mesi all’anno e, di recente, si è allargata di altri 10 elefantini. «Siamo rimasti impressionati nel trovare una foresta così fitta su un banco di sabbia – ha dichiarato alla stampa Gunin Saikia, conservatore forestale –, gli abitanti di un villaggio locale, le cui case erano state abbattute dai pachidermi, volevano distruggere la foresta, ma Payeng li ha sfidati ad uccidere lui per primo. Mulai tratta gli alberi e gli animali della foresta come se fossero dei figli. Per questo abbiamo deciso di aiutarlo». «Payeng ci ha davvero sbalordito. Si è dato da fare per 30 anni. Se vivesse in un altro paese – ha concluso Saikia – sarebbe un eroe».

È il governo centrale indiano? Finora non è mai intervenuto, nessun incentivo, nessuna assistenza. Solo il Dipartimento Forestale locale (che ha in programma di estendere la foresta di Mulai di altri 1.000 ettari) gli fornisce, a cadenze regolari, gli alberi da piantare.

«Il Dipartimento sta mostrando interesse per la conservazione della foresta, attraverso visite regolari al sito – afferma Mulai –, se il Dipartimento Forestale mi garantisce che gestirà questa foresta al meglio, potrò traslocare in altre zone dello Stato per avviare altri progetti, simili a questo».

india rinocerontiLa storia di Mulai è una favola da raccontare ai bambini e una realtà da diffondere agli adulti, un esempio splendido da seguire, la dimostrazione che l’uomo può interagire con la natura e non solo negativamente.

Pranon Kalita, governatore del distretto di Jorhat, riguardo alla foresta di Mulai ha dichiarato alla stampa: «Stiamo convincendo il governo centrale ad avviare le pratiche necessarie a dichiarare questa zona un piccolo “santuario della fauna selvatica”. Anche B.K. Handique, ex ministro indiano e oggi membro del Parlamento del Jorhat, si è interessato alla questione». Magra consolazione per un piccolo grande uomo capace di far fiorire ancora una volta, una piccola parte di mondo.

Valtellina: moria di api, avvelenati oltre 300 alveari

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Pesticidi utilizzati nonostante i divieti stanno causando una vera e propria strage di insetti

Pesticidi utilizzati nonostante i divieti stanno causando una vera e propria strage di insetti

“Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita.”. Questa la celebre frase pronunciata da Albert Einstein. “Con metodica precisione – si legge in una nota dell’Unione nazionale associazione apicoltori italiani (Unaapi) – anche quest’anno si registra un nuovo e diffuso avvelenamento di oltre 300 alveari, in un ampio comprensorio frutticolo della Valtellina. L’avvelenamento, non è dovuto all’uso irresponsabile di molecole chimiche di elevatissima e varia tossicità, ma è conseguente alle precise e dettagliate indicazioni dei locali servizi di assistenza tecnica agricola”.

L’insetticida neonicotinoide Imidacloprid è stato irrorato su meli in fioritura con conseguente avvelenamento di oltre 300 alveari nei comuni di Ponte in Valtellina, Chiuro, Tresivio, Poggiridenti, Castione Andevenno, Teglio, Postalesio. Si è quindi verificata l’ennesima strage di api.

“Eppure – si legge su ilcambiamento.it – la normativa nazionale prescrive il divieto di effettuare trattamenti con insetticidi e acaricidi sulle piante legnose ed erbacee dall’inizio della loro fioritura fino alla caduta dei petali; come pure sugli alberi di qualsiasi specie, se le vegetazioni sottostanti sono in fioritura, salvo che queste ultime siano state sfalciate.”

I neonicotinoidi, hanno un’azione neurotossica ed agiscono compromettendo le capacità neuronali delle api che non sono più in grado di ritornare al loro alveare. Quelle che ci riescono, poche, possono contaminare l’intero alveare. Questo è l’uomo. E se la profezia di Einstein si avvererà è solito merito nostro.

Fonte:    http://www.cadoinpiedi.it/2012/04/25/valtellina_moria_di_api_avvelenati_oltre_300_alveari.html

CIBI CONTAMINATI DAI METALLI PESANTI: ECCO L’ELENCO DELLE MARCHE DA EVITARE!

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di Dioni per Informare x Resistere

Uno studio ha dimostrato che vi sono prodotti alimentari, regolarmente venduti in Italia e nel mondo, contenenti particelle di metalli pesanti altamente cancerogene, provenienti dal fumo di termovalorizzatori, nome nobile per definire gli inceneritori dei rifiuti. Queste microparticelle vengono ritenute dai due scienziati di Modena più pericolose delle macroparticelle dei gas di scarico delle auto, perché entrano nel nostro sangue e si annidano negli organi rimanendovi per sempre, aumentando il rischio di un cancro. Gli scienziati hanno inviato alle aziende interessate i risultati delle loro analisi senza ricevere alcuna risposta.

ECCO LE MARCHE E I PRODOTTI RISULTATI POSITIVI ALLE ANALISI SULLA PRESENZA DI METALLIPESANTI

1. PANE PANEM

2. CORNETTO SANSON

3. BISCOTTO MARACHELLA SANSON

4. OMOGENEIZZATI PLASMON AL MANZO/ AL PROSCIUTTO E VITELLO

5. CACAO IN POLVERE LINDT

6. TORTELLINI FINI

7. HAMBURGER MC DONALD

8. MOZZARELLA GRANAROLO

9. CHEWINGUM DAYGUM PROTEX PERFETTI

10. INTEGRATORI FORMULA 1 E 2 HERBALIFE

11. PANDORO MOTTA

12. SALATINI TINY ROLD (USA)

13. BISCOTTI OFFELLE BISTEFANI

14. BISCOTTI GALLETTI/GRANETTI/MACINE/NASTRINE DE MULINO BIANCO BARILLA

15. BAULETTO COOP

16. PLUMCAKE

17. GIORLETTO BISCOTTI

18. BISCOTTI RINGO PAVESI

19. PANE CARASAU I GRANAI DI QUI SARDEGNA

20. PANE CIABATTA ESSELUNGA

21. PANE MORBIDO MULINO BIANCO BARILLA

22. PANE ANGELI CAMEO

Lo studio è stato condotto dal dott. Stefano Montanari e la moglie dott. Antonietta Gatti. Grillo pubblicò anche una lista di alimenti nei quali i ricercatori avevano rinvenuto nanoparticelle di metalli, invitando a non acquistarli. Quando furono pubblicati gli studi la società privata per cui lavoravano che possedeva il microscopio elettronico a loro disposizione, la nanodiagnostics, decise di trasferire il prezioso microscopio attraverso cui avevano fatto le analisi all’università di Modena. Grillo si fece promotore di una raccolta fondi per l’acquisto di un nuovo microscopio, più di 378.000 € furono raccolti. La raccolta fondi fu supportata da una onlus emiliana, l’associazione Carlo Bortolani, che divenne proprietaria del microscopio acquistato. Per motivi poco chiari poi l’associazione decise di donare il microscopio all’Università di Urbino.
Mi sorprendo che la lista è così corta! Infatti Montanari ha dichiarato che ha effettuato delle analisi a campione casuali prendendo dei prodotti dagli scaffali del supermercato. Qui si riportano le marche famose, e non, per esempio, le marche discount e importate.

Infatti i metalli pesanti sono dappertutto nell’aria, nell’acqua, nelle pentole (in alluminio, acciaio con nichel) nei cibi e addirittura nei farmaci (ad esempio gli antiacidi contenenti idrossido di alluminio come il MAALOX), nei vaccini e nei cosmetici. Ogni giorno, ogni giorno accumuliamo e accumuliamo sempre di più metalli pesanti nel corpo che bloccano l´attività di numerosi complessi enzimatici, mentre l´eliminazione avviene solo in minima parte, per salivazione, traspirazione, allattamento (!!), ecc. I metalli si concentrano, danneggiandoli, in particolare in alcuni organi ( come cervello, fegato e reni) e nelle ossa, e sono spesso un fattore aggravante, quando non determinante, in numerose malattie croniche.

Se non avete idea di quanto i metalli pesanti siano un realtà che purtroppo ci tocca direttamente, sebbene non lo dicano in tv, allora potete effettuare il test del mineralogramma. Il mineralogramma fornisce un accurato identikit bio-chimico, poiché i capelli rappresentano un tessuto organico la cui composizione è praticamente identica a quella degli altri tessuti organici.

Per approfondire l’argomento: Metalli Pesanti.

http://dioni.altervista.org/

– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

Domani a Roma!!!! # Salvaiciclisti

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Le foto di # Salvaciclisti e Reti Sociali:la pista la facciamo noi!!!

  http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/04/24/foto/_salvaiciclisti_e_reti_sociali_la_pista_la_facciamo_noi-33862877/1/

#salvaiciclisti, aspettando Roma

Il 28 aprile si avvicina.

Il 28 aprile si terrà la più grande manifestazione della storia a sostegno della ciclabilità.

Quel giorno ai Fori Imperiali a Roma la mobilità italiana sarà condannata a cambiare per sempre perché saremo in tanti a chiedere città a misura d’uomo, a chiedere la fine della guerra sulle nostre strade. Saremo in troppi per essere ignorati ancora una volta.

Le adesioni stanno arrivando da tutta Italia: i cicloviaggiatori non si stanno lasciando sfuggire l’occasione per mettersi in strada e farsi una pedalata lungo lo stivale. Vi capiterà  di incontrarli mentre passano per il vostro paesino. Non dimenticate di offrire loro un caffè e di farci quattro chiacchiere, ma state attenti: il loro entusiasmo è contagioso e in men che non si dica rischiate di ritrovarvi in sella alla vostra vecchia bici in mezzo al loro gruppetto, diretti verso la capitale.

Altri stanno organizzando comitive per raggiungere Roma in autobus o in treno.

Ci sono ancora dei posti autobus disponibili da Milano e da Torino: andata e ritorno, 51 euro. Per prenotare il vostro posto, mandate una mail a: bus_roma28aprile@yahoo.it

Anche la Puglia invierà una delegazione consistente, posti in autobus + trasporto bici A/R a 50 €. Le info le trovate a questo link. Enrico Melissano 3494565497

Essere il 28 aprile a Roma è un dovere morale per tutti coloro che si sono lamentati almeno una volta dell’insostenibilità delle nostre strade. È in gioco la vostra vita e il futuro del vostri figli.

Il momento per puntare i piedi e cambiare direzione è adesso. Non ci sarà una seconda possibilità. Il 28 aprile è sabato, a metà del ponte tra il 25 aprile e il 1 maggio: non avete più scuse per non esserci.

Vi aspettiamo.

Fonte:    http://www.salvaiciclisti.it/

Il Suolo Minacciato:dalla Food Valley un allarme contro il consumo di territorio (film)

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Fonte:    http://www.ilsuolominacciato.it/index.html

Il DVD

Negli ultimi anni nella pianura padana si sono perduti migliaia di ettari di suolo agricolo ad opera di una dilagante espansione urbana ed infrastrutturale. Nella sola Food Valley parmense, luogo di produzioni agroalimentari di eccellenza, lo sprwal urbano, con i suoi capannoni, le sue gru, le sue strade, il suo cemento consuma un ettaro di suolo agricolo al giorno. Partendo da questo caso emblematico e paradossale, il film Il suolo minacciato mostra senza veli quanto sta accadendo al territorio e al paesaggio evidenziando l’importanza di preservare una risorsa finita e non rinnovabile come il suolo agricolo. Per quanto ambientato nella pianura parmense, il film, attraverso il montaggio di interviste ad esperti ed agricoltori locali, affronta il problema nazionale del consumo di suolo e della dispersione urbana, analizzandone costi e cause per poi proporre modelli alternativi di sviluppo urbano sulla scorta delle esperienze di altri paesi europei, come la Germania e la Francia, o di piccoli Comuni italiani, come Cassinetta di Lugagnano (MI).

Mauro Corona: “Dobbiamo imparare a farci il cibo da soli”

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Intervista di Romina Vinci

«Con la crisi è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, nelle compere, negli acquisti, nel muovere la macchina», dice l’alpinista, scultore e scrittore Mauro Corona. «Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo, e non pretendere di andarlo a comprare».

Mauro Corona

C’è chi lo ha definito l’uomo che parla agli alberi, nei suoi romanzi e nei suoi racconti riproduce i suoni della natura, porta a galla l’umanità dei boschi e fa emergere un mondo dimenticato dotato di rara bellezza. Forse semplicemente un uomo alla ricerca del suo posto nel mondo, nel corso della sua carriera ha scritto diciotto libri, scalato vette italiane ed estere e realizzato sculture che danno forma ai “sì” e ai “no” della vita. Mauro Corona è originario di Erto, un piccolo paese nella Valle del Vajont. Ha ereditato dal padre la passione per le montagne, per le scalate, per la vita all’aria aperta. Dalla madre il dna della lettura e dal nonno la manualità dell’artigiano, il lavoro del legno e gli attrezzi del mestiere, ma non “l’arte di tacere”.

Nel suo libro La fine del mondo storto (Mondadori, 2010) ha auspicato un riavvicinamento alla terra e all’agricoltura, e ha vinto il premio Bancarella 2011. Lo scorso mese di novembre ha dato alle stampe Come sasso nella corrente (Mondadori, 2011) un libro «per non morire frainteso», una sorta di testamento che consegna ai suoi lettori, e nel quale ripercorre le angherie e le sofferenze di un’infanzia condotta ai margini. È una scrittura sofferta perché lede dentro, scava come uno scalpello l’anima per portare a galla i nodi rimasti irrisolti, un dolore incessante che non trova giovamento. Ne emerge un ritratto di un uomo solo, con una sete d’amore mai sazia. Non chiamatelo artista però, altrimenti succede questo.

Mauro Corona scrittore, scultore, alpinista. Crede che “artista” sia una parola in grado di definirla?
Assolutamente no: la parola artista è una convenzione. Siamo tutti artisti di noi stessi. Già l’atto di nascere e vivere è un arte, anzi, è un lavoro usurante. Non mi ritengo affatto un artista, semmai un buon artigiano. Non vedo differenza tra scrivere, scalare o scolpire: si tratta sempre di togliere. Togliere orpelli, togliere oggetti, togliere cose. Quando vado a scalare devo cercare di far meno movimenti possibili, altrimenti mi stanco e rischio di cadere. Quando scrivo devo cercare di usare poche parole, altrimenti realizzo opere prolisse, libri noiosi. E nella scultura devo togliere legno per vedere cosa salta fuori.

Ed allora chi è l’artista?
Forse Dio. Io non ci credo più ma per chi ha fede probabilmente è Lui un’artista, noi umani siamo tutti degli abili professionisti, dei virtuosi. Inorridisco quando in tv sento delle pseudo soubrette definirsi artiste. Bisogna dare il valore giusto a questa parola. Artista chi? Il pianto di fronte ad un bambino malato di leucemia, questo sì che è un gesto artistico, perché viene dall’anima. Il resto sono soltanto pagliacciate e convenzioni.

Nel 2009 nel corso di un’intervista ha dichiarato: «Ben venga la crisi, che Dio la benedica», citando anche un proverbio della tua Erto: “Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”. A due anni di distanza, conferma quelle parole?
Certo, perché l’uomo di sua scelta non è capace di tornare indietro. Ha bisogno di un’imposizione, oppure di una disgrazia. Noi siamo un popolo intelligente, ma anche pigro, e quindi se non c’è qualcuno che ti imponga di mettere il casco tu puoi spaccarti la testa beatamente. Ma io dico: serve una legge per dire metti il casco perché se cadi ti fracassi il cranio? In Italia serve. Ora, con questa crisi, è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, nelle compere, negli acquisti, nel muovere la macchina. Ed allora lo ripeto: ben venga la crisi che ri-umanizza l’uomo.

Qual è il modo per uscirne?
Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo, e non pretendere di andarlo a comprare. Dobbiamo smetterla di investire sulle industrie, ma tornare a fare i contadini. Perché se ti fai il mangiare diventi invincibile perché hai tutto: animali, riso, frumento, insalata, verdure, frutta. Ma io dico, cosa faceva Steve Jobs per vivere? Mangiava computer?

No, però ha scelto il logo della mela per il suo Mac
Lo so che è un’utopia ridicola, e può sembrare ridicola e patetica. Ma se viene la fame bisogna imparare a sostentarsi, perché i soldi non li mangi.

Come definiresti il modo di fare informazione in Italia?
Politicizzato, bieco e spietato. Non c’è più la lealtà tra gli uomini. Portiamo l’esempio di Luca Abbà, l’attivista No Tav folgorato su di un traliccio. Bisogna dare la notizia che un uomo è salito su un traliccio ed è rimasto fulminato precipitando giù, però c’è il giornalista che dà la colpa alla foga dei poliziotti che lo inseguivano per catturarlo, e il giornalista che ti scrive senza giri di parole che si è comportato come un cretino. Ecco l’informazione in Italia, sempre schierata. Io do una notizia ma la piego. È questa la blasfemia. Dov’è il giornalista pulito che fa l’informazione pulita? Non esiste. Perché l’uomo va educato alla lealtà prima che gli venga messo in mano un mestiere.

Perché è un mondo storto quello in cui viviamo?
L’uomo non è mai contento, e crede che la sua felicità sia nella ricerca del di più. La natura invece ha capito, è come una grande montagna, domina tutto il paesaggio e vede se stiamo percorrendo la strada sbagliata. Perché se io cammino su un pendio in cui ha appena nevicato rischio di venir travolto dalla valanga. La nostra umanità da sempre cammina su questi pendii pericolosi, ed ora la valanga è venuta giù. Il mondo storto è stato allontanarci dal contatto con la terra. Perché bisogna indossare una maglietta da mille e quattrocento euro, soltanto perché porta la griffe di Dolce e Gabbana? Perché per guardare l’ora serve un Rolex da 60mila euro? Noi cerchiamo l’inutile. L’uomo non sarà mai felice perché vuole sempre quel che non ha, è tutta qui la chiave. Bisogna tornare all’essenziale. Mangiare poco, un pasto al giorno, ed investire nel tempo libero: la gente non ha più tempo per stare un’ora con i figli, ma è questo qui il mondo?

Dice che i soldi non sono importanti, che bisogna tornare alla natura e all’orto. Ma allora perché scrive per la maggiore case editrice italiana e perché vive di scrittura? È come se parlassi male di un mondo che – volente o nolente – l’ha in ogni caso contaminata.
Avevo bisogno di soldi, ho sempre vissuto nella miseria. Ho allevato i miei figli nella povertà, per un anno ho dormito con mia moglie in un sacco a pelo. Ricordo che chiamavo il notaio, l’avvocato, il medico di turno, gli “amici”, esortandoli a comprare qualche mia scultura, perché ero alla disperata. Sculture per altro belle, non l’ho detto io ma i critici. Chiedevo 500mila lire, loro me ne davano 300mila perché sapevano che io non potevo rifiutare. E quindi lo dico senza vergogna, ho cercato il denaro, ma l’ho distribuito tra i miei figli e mia moglie, perché lei ha pagato un prezzo molto alto per avere un uomo come me al suo fianco, ha patito molte umiliazioni. Son riuscito a far studiare quattro figli all’università, a comprare una casetta, ma non ho un centesimo a mio carico. Non si dovrebbero dire queste cose, ma faccio molte donazioni di denaro ad amici e ai poveri. Per quanto riguarda la Mondadori beh, ho sempre dichiarato di non esser un sostenitore di Berlusconi, mai l’ho votato e mai lo voterò però la sua casa editrice dal lato professionale è la migliore. È un’azienda eccellente e – a differenza di molte altre – paga i suoi autori. Ed allora non sono uno che sputa nel piatto in cui mangia, e non condivido la scelta di esimi autori che adesso sono andati via dalla Mondadori. Io lo sapevo già quindici anni fa chi fosse il proprietario della casa editrice, è inutile che scappi via oggi che il vento è cambiato, basta con questa demagogia fine a se stessa.

Da uomo solitario a uno degli scrittori più apprezzati d’Italia: come si compie questo passo?
Ho cercato la gloria per uscire dal pantano della vita. Ho scritto libri per non morire frainteso e per salvare una memoria che annienta soprattutto gli ultimi, cancellandoli dalla faccia del mondo. Che questo mi abbia portato una certa fama non mi dispiace, ma come diceva Gabriel Garcia Marquez “la notorietà una cosa buona per uno scrittore, ma va tenuta a bada”. Ed io sono stanco di tutto questo perché mi ha tolto gran parte della mia vita antica, a contatto con le montagne e con la terra. È lì che voglio tornare, sparendo da questa popolarità.

Il tuo ultimo libro, Come sasso nella corrente, può essere letto come un testamento che concede ai tuoi lettori. Averlo scritto implica che è iniziata la sua parabola discendente, oppure ascendente, perché è un ritorno indietro a ciò che la fa stare bene?
Entrambe le cose. È discendente nel cammino della vita, perché ormai ho 62 anni, non mi sento vecchio ma devo iniziare a tirare i conti, e quindi il mio tempo, da qui in avanti, diventa preziosissimo. Ma allo stessa maniera è un cammino dolce perché è un ritorno alle origini. Borges narrava la leggenda di un uccello che volava all’indietro, non gli interessava sapere dove sarebbe andato a finire, ma ricordare da dove era partito. Io ho bisogno della mia naturalità.

Racconti di un’infanzia sofferta, di violenze fisiche e psicologiche da parte di due genitori che non sono stati modelli di vita. Li ha perdonati?
Ho fatto una vita infame, un’infanzia maledetta e disgregata con un padre violento, picchiatore e alcolizzato, e una madre che per sfuggire al suo uomo abbandona i suoi figli piccoli. Ormai sono entrambi morti, li ho perdonati, sì, però io non dimentico. Sto per dire una cosa orribile: lui è morto cinque anni fa, lei da pochi mesi, ebbene, nonostante io li amassi ed ho pianto per loro, devo dire che mi hanno fatto un piacere perché adesso, non vedendoli più, posso dire finalmente di aver chiuso una pagina, non sono più un figlio.

Il rancore brucia ancora dentro di lei.
Non hanno mai reso i conti, non hanno mai detto niente, mai una verità, un perché, nulla. Una carezza, un gesto d’affetto, un bicchiere: niente. Quando andavamo al bar ognuno pagava il proprio conto, io volevo offrire loro, e invece “No, non ho bisogno” hanno sempre risposto scrollando il capo. Questa crudezza non è obliabile. Non ho rancore ma non dimentico. Queste ombre tornano a cercarmi, perché un bambino non chiede altro che una carezza ed un pasto al giorno. Io non ho avuto né l’una e né l’altro. Sono andato a elemosina, nei paesi della valle a chiedere la carità, a otto, nove, dieci, undici anni. L’estate lavoravo nei cantieri, da giugno a settembre, gratis, soltanto vitto e alloggio. Io la gavetta l’ho fatta, checché se ne dica. Se mi è capitata un po’ di luce ringrazio qualcuno, ma nessuno mi ha mai regalato niente, non ho mai avuto né raccomandazioni, né nepotismi, né familismi.

Qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?
I rimpianti sono una dolcezza lontana, una tenera nostalgia. I rimorsi sono come le disgrazie, diventano tali solo quando sono accaduti e non hai più la possibilità di rimediare, di chiedere scusa o tendere la mano. I rimorsi sono cani che ti azzanno le caviglie e ti disossano. Io sono perseguitato dai rimorsi, ed è per questo che reputo la morte una liberazione. E non perché mi mancheranno le montagne, la lettura o le donne, son già in grado di farne a meno di queste cose, ma il riposo eterno mi libererà dai miei rimorsi e da questo naufragio in terra ferma.

In Come sasso nella corrente racconti di come un bambino possa passare il tempo ad incidere una bocca che sorride sugli oggetti che ha intorno. Quanto sono lontani i periodi in cui un mestolo e un cucchiaio erano le uniche cose che ridevano al suo fianco?
Oggi ho i miei figli che mi vogliono bene, ed anche un po’ di amici. Se faccio una resa dei conti però non è cambiato nulla, provo ancora dolore, e dentro di me sono ancora lì che incido la bocca che mi sorride. Non è un caso che un tema ricorrente delle mie sculture sia la maternità. Cerco di scolpire sul legno le cose che non ho avuto dando così loro la dignità di esistere alla luce del sole. Voglio tenere unita la famiglia almeno nelle sculture, ed invece vedo che tutto si sfaglia intorno a me. È passato tanto tempo, eppure io sto ancora cercando di far sorridere i cucchiai.

Qual è il male più grande del nostro tempo?
L’indifferenza, il cinismo, l’egoismo. Sono sempre stati presenti, ma prima lo erano in minor scala. Oggi invece c’è stato il crack, e la gente si arma e ruba quello che non ha prima di decidersi a coltivarlo. Se vogliano andare sul “tecnico” dobbiamo parlare di questi uomini politici che hanno soltanto l’importanza che si danno. Non fanno nulla per noi che invece li abbiamo delegati a renderci la vita migliore. La burocrazia è spaventosa, per fare un esame in ospedale bisogna aspettare anche due anni: è questo il fallimento più grande di una società che viene e verrà bastonata dalla crisi. Lo ripeto: torneremo ad usare le zappe, ma prima ci sarà la barbarie.

Ed invece la cosa più bella?
Il ritorno della natura, la quale c’è sempre stata, ma ogni tanto fa capolino per non farci dimenticare che noi abbiamo i piedi nella terra. La cosa più bella è che torna la neve anche a Roma. Perché non dovrebbe nevicare a Roma?